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04/03/2026

marketing

Neuropositioning: la risposta al sovraccarico di contenuti generati dall'IA

Sabattini (B Side Lab): uno strumento che aiuta l'azienda a distinguersi, perché aiuta a conoscere cosa di quel brand il pubblico ricorda e se lo ricorda

Negli ultimi mesi la produzione di contenuti è stata dominata dall'IA, che riduce tempi e costi. La conseguenza è una saturazione di informazioni: molte aziende riescono a comparire, ma poche riescono a restare nella memoria del pubblico. Un rapporto di Wired indica che il 57% dei contenuti online è stato creato o tradotto con il supporto dell'IA, e la quota crescerà con l'avvento di nuovi strumenti generativi per testi, immagini e video. In questo contesto, la differenza non è più la quantità, ma la capacità di essere ricordati.
Il metodo Neuropositioning, certificato da Tecnostudi, si propone di colmare il divario. Non si limita a costruire un'immagine o una narrazione, ma agisce sulle associazioni emotive e sui meccanismi di memoria che il cervello stabilisce con un brand. In pratica, identifica i segnali che attivano il ricordo e gli elementi distintivi che separano un marchio da una massa di contenuti omogenei.

"L'esplosione di contenuti IA sempre più simili tra loro e la SEO in trasformazione", asserisce Elena Sabattini - Founder di B Side Lab, laboratorio di neuromarketing e AD di Tecnostudi - "rende il Neuropositioning uno strumento che aiuta l'azienda a distinguersi, perché chiarisce come il brand è percepito oggi e quali associazioni entali attiva, permettendo di correggere e rafforzare gli elementi che lo rendono davvero riconoscibile agli occhi del mercato. In pratica aiuta a conoscere cosa di quel brand il pubblico ricorda e se lo ricorda".
Le ricerche di mercato tradizionali, basate su dati e analytics, non catturano la percezione profonda del pubblico. Il successo di un brand dipende anche dalla capacità di suscitare emozioni e di stimolare processi cognitivi. Il Neuropositioning, grazie a strumenti neuroscientifici, accede a reazioni meno consapevoli - attenzione, emozione e attivazione - che risultano più predittive dei comportamenti di consumo.

Per migliorare la memorabilità, le aziende possono intervenire su quattro asset neuroscientifici:

- Effetto mera esposizione: la ripetizione rende familiare un elemento, aumentandone la persuasività.
- Priming sensoriale: collegare il brand a stimoli sensoriali specifici (audio-logo, texture, suono) fa sì che questi da soli richiamino il marchio, come il famoso ta-dum di Netflix.
- Priming affettivo: associare il brand a emozioni positive ne potenzia il ricordo in termini di probabilità, durata e vividezza.
- Peak-End rule: posizionare il brand nei momenti di massima intensità emotiva di una narrazione (spesso nella fase finale) ne rafforza il ricordo.


Guardando ai prossimi cinque anni, il modo di produrre contenuti cambierà radicalmente, ma la ragione per cui i brand vincono rimarrà stabile. Quando tutto sarà generabile e standardizzato, il valore di un marchio si giocherà sulla capacità di costruire un sistema di segnali riconoscibili - parole, stile, colori, suoni - perché il cervello premia la familiarità. L'IA aumenterà la necessità di autenticità dimostrata, mentre la fiducia diventerà il fattore distintivo in un panorama di contenuti artificiali.
"In questo scenario il Neuropositioning diventerà sempre più centrale - continua Sabattini - perché permette di passare da ci piace a funziona: cioè misurare cosa resta davvero nella memoria, quali associazioni si attivano in modo implicito, e come si può rendere un brand più distintivo e più forte nella testa del pubblico. L'IA accelererà l'esecuzione, ma la strategia sarà ancora più determinante. Perché la scarsità non sarà più di contenuti, ma di attenzione, memoria e fiducia".


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