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18/02/2026

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Formazione strategica per colmare il gap di competenze nelle imprese

Ferrari (IUNGO): la formazione è infrastruttura per innovare, rafforzare capacità e sostenere lo sviluppo locale

In un periodo caratterizzato da crescita economica debole, tensioni internazionali e una forte compressione dei margini, molte organizzazioni intervengono sui costi per tutelare la redditività immediata. In questo contesto, la formazione è spesso tra le prime voci a essere ridimensionata, come se fosse un elemento accessorio. In realtà, la rinuncia allo sviluppo delle competenze rappresenta uno dei rischi più rilevanti per la sostenibilità futura dell'impresa. La competitività, oggi, non si fonda più soltanto sull'efficienza operativa o sull'adozione di nuove tecnologie, ma sulla capacità delle persone di interpretarle, governarle e trasformarle in valore condiviso. Questo vale non solo all'interno dei confini aziendali, ma anche lungo l'insieme di relazioni che collegano l'impresa a partner, fornitori e collaboratori. La vera innovazione prende forma quando le organizzazioni creano un ecosistema in cui le persone vengono messe nelle condizioni di crescere, contribuire e collaborare in modo strutturato, generando benefici che si estendono oltre la singola azienda e rafforzano l'intero sistema di cui fa parte.

Un'urgenza confermata dai dati

Il mercato del lavoro europeo e italiano mostra con sempre maggiore evidenza un disallineamento strutturale tra competenze disponibili e competenze richieste. Il rapporto sulle Competenze Digitali 2025 promosso da AICA, Anitec-Assinform e Assintel in collaborazione con Talents Venture, conferma che in Italia il fabbisogno di profili ICT continua a crescere a un ritmo superiore rispetto alla capacità del sistema di formarli e attrarli, con uno scarto che supera le duecentomila unità rispetto agli standard europei. La domanda di skill legate ad AI, data analysis, cybersecurity e digitalizzazione dei processi cresce a doppia cifra, mentre molte posizioni restano scoperte. Questo squilibrio, però, non riguarda soltanto il numero di professionisti disponibili perché sempre più spesso il problema è la qualità e la composizione delle competenze. Molte organizzazioni dispongono di tecnologie avanzate, ma faticano a generare valore perché mancano figure in grado di integrare conoscenze tecniche, comprensione dei processi e capacità di orientare le scelte di business. La difficoltà emerge con particolare evidenza nei progetti di intelligenza artificiale: una parte rilevante delle aziende che ne ha valutato l'adozione ha poi sospeso o abbandonato l'iniziativa proprio per l'assenza di competenze adeguate, non solo internamente ma anche lungo la rete di partner e collaboratori coinvolti. In questo scenario, la capacità di sviluppare competenze condivise e coerenti lungo l'impresa estesa diventa un fattore chiave per trasformare l'innovazione tecnologica in risultati concreti.

Il gap di competenze non riguarda solo l'ICT

Ricondurre il disallineamento delle competenze al solo ambito informatico è riduttivo. Oggi la distanza tra ciò che le aziende cercano e ciò che trovano riguarda in modo crescente anche funzioni chiave come acquisti, supply chain e logistica, sempre più esposte agli effetti della trasformazione digitale e alla complessità dei mercati internazionali. Le catene di fornitura moderne non sono più lineari né facilmente governabili: sono reti articolate, fortemente interconnesse e sensibili a variabili esterne come l'instabilità dei prezzi, i rischi geopolitici, le richieste in ambito ESG e la diffusione di modelli di digital procurement. In questo contesto servono competenze che vanno oltre l'operatività tradizionale e che includano la capacità di interpretare i dati, comprendere le dinamiche dei mercati, collaborare in modo strutturato con fornitori e partner e utilizzare piattaforme digitali avanzate per coordinare decisioni e processi lungo l'intera filiera. Molte piccole e medie imprese sono consapevoli che la mancanza di competenze adeguate nelle funzioni di acquisto e supply chain rappresenta un freno concreto all'innovazione. Questa carenza rende difficile superare una gestione emergenziale e di breve periodo, impedendo di adottare un approccio realmente strategico.


La formazione come infrastruttura abilitante

In un contesto come quello attuale, la formazione dunque non può più essere concepita come un intervento occasionale o come una sequenza di corsi scollegati dalla realtà operativa. Sta prendendo forma un approccio diverso, basato su ecosistemi formativi specializzati, creati a partire da esigenze concrete del mercato e dai processi che le aziende gestiscono ogni giorno, spesso in collaborazione con una pluralità di attori esterni. Iniziative come la IUNGO academy si collocano in questa prospettiva: non come semplice proposta didattica, ma come leva per trasferire competenze pratiche su ambiti strategici quali il procurement, la collaborazione lungo la supply chain e la digitalizzazione dei processi di acquisto. Il punto di forza di modelli di questo tipo è la capacità di integrare contenuti formativi, strumenti tecnologici e casi reali, creando percorsi di apprendimento che possono essere applicati subito nel lavoro quotidiano e condivisi lungo l'impresa estesa. Questo approccio intercetta un bisogno sempre più diffuso che va oltre la ricerca esclusiva di nuove professionalità da inserire, ma punta sempre più sulla riqualificazione delle persone già presenti in organico, per accompagnarle nell'evoluzione dei ruoli e consentire loro di rimanere competenti e occupabili in un contesto in continua trasformazione.


La funzione acquisti come leva competitiva

La funzione acquisti è uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Da centro di costo operativo, sta diventando un hub strategico capace di influenzare resilienza, sostenibilità e competitività di tutta l'impresa. Formare competenze evolute in quest'area significa:

- migliorare la capacità di negoziazione in mercati instabili;
- ridurre i rischi di supply disruption;
- aumentare la collaborazione con i fornitori;
- sfruttare strumenti digitali e dati per decisioni più rapide e consapevoli.
In questo senso, la formazione diventa una risposta concreta a un problema reale del mercato grazie a percorsi strutturati per sviluppare competenze in modo coerente con i processi aziendali.


Impatti su occupazione e territorio

Investire nello sviluppo delle competenze produce effetti al di là dei confini della singola impresa e incidono direttamente sul tessuto occupazionale e sul territorio. Le competenze, infatti, non si trasferiscono con la stessa rapidità dei capitali o delle tecnologie: rafforzarle a livello locale significa rendere un'area più attrattiva per le aziende, ridurre il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e favorire la nascita di sistemi produttivi più solidi e adattabili ai cambiamenti. Quando le persone accrescono le proprie capacità professionali, le imprese, insieme alla rete di partner, fornitori e collaboratori con cui operano, diventano più capaci di innovare, di lavorare in modo integrato e di competere su mercati complessi. In questo senso, la formazione assume il ruolo di leva indiretta di politica industriale, uno strumento in grado di generare valore diffuso, rafforzare l'impresa estesa e promuovere occupazione qualificata e duratura sul territorio. In un contesto in cui la tentazione di tagliare i costi è forte, la formazione resta uno degli asset più strategici e meno sostituibili. Colmare il gap di competenze, dall'ICT agli acquisti, dalla supply chain alla logistica, significa abilitare l'innovazione, rafforzare la competitività delle imprese e sostenere lo sviluppo dei territori. È in questo spazio che iniziative formative mirate, integrate ai processi e orientate al mercato, trovano il loro ruolo più autentico per poter trasformare il capitale umano nella principale leva di crescita sostenibile.


Chiara Ferrari, Training Project Manager, Marketing di IUNGO

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