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23/02/2022

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Luca Mezzomo (Intesa Sanpaolo): la crisi della supply chain frena la ripresa economica globale

La situazione appare in corso di stabilizzazione, ma non ancora in miglioramento La difficoltà delle filiere produttive, unita alle tensioni sull'energia, pesano di più in Europa e negli USA

La pandemia ha avuto ripercussioni importanti sul sistema produttivo mondiale e sulla domanda aggregata.
Anche se non si è verificata la temuta distruzione di capacità produttiva, nel 2021 sono emersi ugualmente forti segnali di stress nelle supply chain internazionali, che hanno costituito un ostacolo crescente alla ripresa postpandemia.
Il problema ha una dimensione nazionale e una internazionale, legata prevalentemente a "strozzature" nel sistema dei trasporti.

Luca Mezzomo (Intesa Sanpaolo): la crisi della supply chain frena la ripresa economica globale

Ne abbiamo parlato con Luca Mezzomo, capo ricerca Macroeconomia della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo.

A che punto siamo con il problema della supply chain globale?

Tutti gli indicatori segnalano ancora un elevato livello di stress.
Le indagini presso le imprese continuano a mostrare problemi con i tempi e l'affidabilità delle consegne, i costi dei trasporti marittimi restano eccezionalmente elevati e persistono tensioni su alcune materie prime e anche sulla disponibilità di componenti microelettroniche.
La situazione appare in corso di stabilizzazione, ma non ancora in miglioramento.
C'è qualche segnale positivo, come l'aumento delle scorte di beni intermedi, ma si tratta di indizi ancora molto preliminari.
Indubbiamente, le difficoltà non riguardano tutti i settori nello stesso modo, e sono più marcati in Europa e Stati Uniti che in Asia.

Seguici: 

Fra le imprese, quelle che hanno adottato per tempo politiche di scorte più prudenti hanno sofferto meno.

Quali sono le cause?

Dopo la prima ondata pandemica, dall'estate 2020 la domanda di merci è ripresa molto più velocemente rispetto a quanto si è osservato dopo la crisi finanziaria del 2008.
Purtroppo, il sistema della logistica internazionale era impreparato a un decollo della domanda così rapido, anche per i problemi causati dal fermo della Cina.

Aggiungiamoci gli effetti del blocco di Suez per l'incidente Ever Given, l'impatto sui porti delle misure di controllo della pandemia, il freno costituito dall'elevata concentrazione che caratterizza il trasporto di container ed ecco che la crisi è servita.
La centralità della Cina nelle catene globali del valore ha peggiorato la situazione.
Così anche il boom dell'eCommerce.
A questo problema trasversale, si sono aggiunti problemi settoriali.
Per esempio, l'eccesso di domanda di microchip, dovuto anche allo sprint della digitalizzazione con la pandemia; o anche la carenza di gas naturale per una combinazione di fattori.

Come si riverbera, nel pratico, la crisi della supply chain?

Le implicazioni sono molteplici, e non positive: incertezza sui tempi di consegna, aumento dei costi di produzione, difficoltà per le imprese di far fronte alla domanda.

Ci possono anche essere impatti competitivi, per esempio nel caso della crisi del gas naturale, che penalizza maggiormente le imprese nei paesi più dipendenti dal metano per la generazione elettrica.
Stiamo vedendo anche ripercussioni inflazionistiche, sebbene queste derivino oggi soprattutto dal comparto energetico.
A più lungo termine, c'è un dibattito riguardo alla possibilità che la crisi del 2020-21 possa portare a un accorciamento o a una diversificazione delle catene produttive.
Per l'ora, l'evidenza è abbastanza limitata, e sono scettico che ciò possa accadere senza una forte spinta dalle politiche industriali e commerciali.
Diversificare i fornitori in pratica è complicato.
Possibile, invece, che l'esperienza della crisi porti a un diverso equilibrio tra efficienza e sicurezza nella gestione delle scorte.

Che prospettive abbiamo davanti?

Nel 2022, ci aspettiamo che la pressione sia gestita in parte attraverso un rallentamento della domanda, dovuto anche all'effetto dell'aumento dei costi, e in parte mantenendo elevati livelli di utilizzo della capacità, per esempio nell'industria dei semiconduttori.

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Nel medio termine, gli investimenti che adesso vengono effettuati andranno a regime e adegueranno l'offerta alla domanda.

Quanto questo ha influito e influirà sulle economie europee e italiana?

La difficoltà delle filiere produttive globali ha ridotto il contributo dell'industria alla ripresa economica.
Inoltre, ha accentuato le pressioni inflazionistiche, erodendo le prospettive future di crescita.
Tuttavia, ci aspettiamo che il problema si ridimensioni dal 2023 e già oggi la minaccia principale è costituita dalle tensioni sull'energia.



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