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   numero di 12/06/2019
Idee e opinioni

L'export italiano si espande verso mercati sempre più lontani
Sangalli (Intesa Sanpaolo): l'allungamento del raggio di azione delle nostre industrie manifatturiere riflette la capacità di reazione al contesto competitivo

Un'analisi sull'evoluzione della geografia degli scambi mondiali ha messo in luce come l'Italia sia il Paese che, nel confronto con i competitor UE, è riuscito ad accrescere di più il proprio raggio di export di prodotti manufatti nel periodo 2008-17 (arrivando ad una media di 3.413 chilometri nel 2017, contro i 3.244 Km della Francia, i 3.116 della Germania e i 3.082 della Spagna).
Si tratta, tra l'altro, di un periodo sfidante, quello preso in esame, che ha visto intrecciarsi fattori congiunturali (recessione mondiale, crisi dei debiti sovrani in Europa) e strutturali, come il progressivo spostamento del baricentro produttivo verso l'Asia, cui hanno fatto seguito una maggiore concentrazione degli scambi e una perdita di quote di mercato da parte dei paesi europei.
Parte dell'allungamento della distanza percorsa dalle merci italiane è da attribuirsi alla trasformazione della catena produttiva automotive (più integrata con gli Stati Uniti) e alla Meccanica, settore ad elevata diversificazione geografica delle esportazioni.
Tuttavia, non vanno sottovalutati gli effetti derivanti dalla crescente proiezione internazionale degli altri settori di punta del Made in Italy (Sistema moda, Mobili, Alimentare e bevande). Nei settori caratterizzati da un'ossatura produttiva frammentata, l'orientamento verso mercati geograficamente più lontani assume ancora più valore e fa ben sperare nella buona capacità di reazione delle imprese italiane ai mutamenti del contesto competitivo. I dati emergono dal "Rapporto Analisi dei Settori Industriali", stilato da Promeieia e presentato con Intesa Sanpaolo. Ne abbiamo parlato con Ilaria Sangalli, economista presso Intesa Sanpaolo.

Come cambia la geografia dell'export italiano?

Negli ultimi dieci anni si è osservato un riposizionamento dell'Italia verso mercati geograficamente più lontani ma anche più dinamici dal punto di vista della domanda, soprattutto in un contesto operativo che vedeva un mercato interno meno trainante.
Da un punto di vista globale della manifattura nel suo complesso, è sicuramente aumentato il peso del cluster NAFTA, l'area asiatica e il resto d'Europa, dove vediamo anche la Russia e la Turchia. Se ci confrontiamo con la Germania, la più simile in termini di specializzazione produttiva, vediamo anche cluster molto lontani, come l'America Latina.

Quali sono le dinamiche nell'arco temporale preso in esame dal Rapporto?

Ci sono sicuramente delle dinamiche legate al fatto che il mercato interno fosse meno trainante. Quindi per riuscire a sopravvivere ed esser competitivi le nostre aziende hanno guardato di più ai mercati esteri. In alcuni settori, con ossatura produttiva più frammentata e una forte componente di PMI, questo non era affatto scontato che si riuscisse a raggiungerlo. Si parla, per esempio, del comparto mobili, del sistema moda oppure l'alimentare: non era affatto scontato che avrebbero intrapreso questo percorso. Questo rafforzamento competitivo è assolutamente da sottolineare, soprattutto in questo contesto non semplice. Possiamo dire che oggi l'industria ha a disposizione elementi e basi più solide.

Cosa differenzia in prospettiva l'export italiano da quello dei nostri principali competitor europei?

L'Italia ha certamente mantenuto una diversificazione produttiva che in tanti contesti di incertezza, come quello attuale, può essere la scelta vincente. E anche un'elevata diversificazione geografica. 

Andando nei diversi settori, quali sono le prospettive?

Il 2018 è stato un anno di generale recupero per l'industria manifatturiera italiana. Per quanto riguarda il 2019 il contesto è un po' cambiato. Prevediamo una battuta di arresto per quanto riguarda gli investimenti nel manifatturiero e quindi ne usciranno penalizzati settori come l'automotive e la meccanica. Però poi gli investimenti faranno anche da traino per la crescita dell'industria fino al 2023 e quindi proprio meccanica ed automotive torneranno ad agire come principali artefici dell'industria.


Quali settori prevedete abbiamo un futuro positivo?

Oltre a quelli legati ai beni di investimento già citati, anche il largo consumo e tutta la parte della cosmetica continueranno ad esser trainanti. Prevediamo anche che tutto il ciclo delle costruzioni si porterà dietro la sua filiera, come prodotti in metallo, materiali da costruzione. Qualche criticità in più resta in comparti come la metallurgia, che non sono penalizzati solo nel caso dell'Italia ma resta una situazione critica anche a livello europeo.

 



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