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   numero di 12/06/2019
Idee e opinioni

Ciabatti (Ducati Corse): eccellenza italiana, managerialità e programmazione per vincere su competitor mondiali
Il risultato che si vede in pista non è solamente espressione del talento del pilota, ma è il grande e fondamentale lavoro della squadra che c'è dietro

In occasione del MotoGP del Mugello, abbiamo avuto modo di incontrare Paolo Ciabatti, Direttore Sportivo di Ducati Corse, per cercare di apprendere qualche regola di management che può essere applicata alle nostre aziende.

Cosa significa essere il Direttore Sportivo di uno dei team più riconosciuti a livello mondiale?

Ho avuto la fortuna di lavorare in questo mondo, ma è una passione per le corse che ho inseguito, perché l'ho sempre avuta fin da ragazzino. Sono riuscito a trasformarla nella mia professione, che di per se è già una gran cosa, ma sono riuscito a poterla fare a questo livello ed è sicuramente qualcosa che mi emoziona ancora ad ogni gran premio, quando usciamo dal circuito e programmiamo le prossime gare.

Gli appassionati vedono le moto, le corse, ma quanto lavoro c'è nel paddock e nell'hospitality, tanto per fare un esempio?

C'è tanto lavoro ed è davvero molto impegnativo. Ci sono molte cose di cui occuparsi, alcune delle quali totalmente invisibili al di fuori. Come Direttore Sportivo mi occupo di tutto quello che non è tecnico, la parte tecnica dipende dall'ingegner Dall'Igna che guida tutto il nostro dipartimento di agguerriti e competenti ingegneri che non si fermano mai. Io mi occupo di tutto il resto, a partire dai contratti con i piloti, che non sono negoziazioni facilissime, ma anche sponsorizzazioni, partnership, organizzazione del team e la macchina organizzativa che fa andare in giro per il mondo le persone con il marchio Ducati. É un lavoro impegnativo ma anche molto piacevole, perché alla fine al fondo di tutto quello che facciamo c'è tanta passione che è quella che ci aiuta a superare i momenti difficili. Infatti, non si vince sempre e ci sono dei momenti in cui tutto va bene e altri in cui è più difficile mantenere la motivazione del gruppo. Per fortuna siamo, ormai da anni, un gruppo molto unito che riesce a vivere insieme questi quasi 170 giorni all'anno che trascorriamo tra i campi di gara, gli aeroporti, gli alberghi e posso affermare che ci vediamo più tra di noi che con i nostri familiari.

Il motociclismo è un mondo in cui regna l'eccellenza e il talento: come si fa a gestire questo genere di "personaggi"?

Il motociclismo è uno sport individuale perché poi la domenica il pilota è solo sulla sua moto. Noi non possiamo parlare con lui come avviene per esempio in Formula 1, possiamo solamente dargli le poche indicazioni che si possono fornire sia con il classico tabellone dei box o attraverso alcuni brevi messaggi che possono ricevere sullo schermo, ma alla fine il pilota è solo con la sua moto e se la deve giocare da solo. Credo che questa sia la ragione per cui questo sport è cresciuto sempre di più in termini di popolarità, perché è uno sport in cui si vede il pilota, lo si vede sulla moto, si vede come si muove sulla stessa, si vedono i contatti, che sono anche fisici, e questo aspetto cattura l'attenzione delle persone. Si tratta poi di uno show che dura 45/50 minuti che lo rende facilmente fruibile all'interno di una domenica pomeriggio, senza dover stare incollati al televisore per tanto tempo. Fatte tutte queste premesse, si tratta di uno sport individuale che mostra il risultato, che è quello che si vede in pista, ma che non è solamente espressione del talento del pilota, anche se nel motociclismo conta tantissimo, ma è il lavoro della squadra che c'è dietro. Un pilota sa di poter contare su un gruppo di persone che non solo sono estremamente competenti, ma che lavorano sapendo perfettamente quello che devono fare e che lo fanno per lui, per farlo scendere in pista con una forza in più, convinto di avere tutto quello che gli serve per poter dimostrare appunto il suo talento.

Quanto tempo serve per allestire un top team?

Per Ducati ci sono voluti un po' di anni per creare questo gruppo di persone, perché quando sono arrivato nel 2013 la situazione era molto complicata, si arrivava dopo degli anni difficili e con una pressione incredibile. Uscito Valentino Rossi c'era da costruire un team che guardasse al futuro e raccogliesse risultati nell'immediato. Abbiamo dovuto fare delle scelte non semplici, perché ho dovuto lasciare andare alcune persone e puntare su altre per ricostruire un gruppo di lavoro solido. L'obiettivo che ci eravamo posti era di tornare a vincere delle gare nel 2015. A questa pressione si aggiunge il fatto che avevamo creato una modo completamente nuova. Siamo riusciti a fare tanti podi nel 2016, abbiamo iniziato poi a vincere delle gare e da lì in poi ne abbiamo vinte tante altre. Dovendo ricostruire, abbiamo puntato su di un gruppo di persone importante e abbiamo fatto sacrifici per mantenere questo gruppo, motivarlo e farlo lavorare nel migliore dei modi perché nella MotoGP, ma in generale quando il lavoro dipende da una serie di fattori, si vivono momenti di grande tensione e con poco tempo a disposizione. É un mondo in cui non c'è la possibilità di fare errori, ci vogliono dei veri professionisti.
Credo che avere uno spazio hospitality accogliente, con due cuochi che fanno da mangiare molto bene, sia un confort molto apprezzato da chi lavora in Ducati. Quando chi ha finito di lavorare, spesso molto tardi la sera, sa di poter arrivare qua e di potersi rilassare, bere una birra o un bicchiere di vino, mangiare bene come se mangiasse a casa. Fa parte proprio di far sentire coccolato non solamente il pilota ma anche tutto il gruppo di lavoro. Lo considero un plus.

Ducati è un'azienda di dimensioni medio piccole se consideriamo altre case presenti nelle corse che vendono milioni di motociclette. Come fate a conciliare una squadra corse con le esigenze "di mercato"?

Rispetto ai giganti giapponesi che vendono milioni di motociclette, noi ne vendiamo circa 55 mila all'anno, ma abbiamo il pregio di di essere un'azienda con un brand molto premium perché Ducati è riconosciuta a livello mondiale come il marchio italiano di che produce moto sportive. Il nostro motto è "style sophistication performance", quindi stile molto sofisticato dal punto di vista tecnologico e prestazioni elevate. Però è chiaro che per le nostre dimensioni non saremmo in grado di sostenere da soli il costo di una stagione MotoGP ad altissimo livello come lo stiamo facendo ormai da anni. Per essere qui, abbiamo bisogno di partner che ci supportino in questa attività e credo che la forza del brand da una parte e il fatto di essere riusciti comunque a dimostrare che abbiamo trasformato un momento difficile in una storia di successo, ci abbia aiutato a rinsaldare i rapporti con alcuni partner e a trovarne di nuovi che si sono voluti a unire in questa avventura ricca di emozioni, di momenti di grande gioia e momenti di delusione. Alla fine è un'avventura emozionante, che per fortuna, ci consente di contare su partner che credono in noi e che ci aiutano a fare quello che facciamo ogni domenica in pista.

Quanto conta l'italianità, perché Ducati è un orgoglio di questo Paese?

Noi siamo estremamente orgogliosi di riuscire, nonostante le difficoltà che si incontrano nel nostro Paese, di produrre l'ottanta per cento delle nostre moto in Italia. In qualsiasi caso, a Borgo Panigale dove la Ducati è stata fondata nel 1926 e ha iniziato a produrre motori e motociclette nel 1946 subito dopo la guerra, c'è tutta la competenza per affrontare le sfide dei mercati, non solo quella delle piste nei weekend. La bandiera italiana sulle nostre moto è ben presente e ne siamo fieri. C'è molto del genio italiano, speriamo di aiutare a dimostrare che l'Italia può avere tanti problemi ma all'interno di questo Paese ci sono delle risorse straordinarie e delle competenze tecnologiche incredibili, come quelle che al gruppo di lavoro Ducati possiede.

Queste competenze, l'inventiva e la capacità di risolvere i problemi ci consentono di lottare ad armi pari con aziende che hanno delle dimensioni clamorosamente più importanti delle nostre. Quest'anno abbiamo due piloti italiani nel team ufficiale, anche se è casuale perché noi cerchiamo sempre di capire qual è la squadra migliore e quali sono i piloti migliori per ottenere nostri obiettivi e quindi non sono necessariamente sempre italiani. Ma avere due piloti italiani che vanno molto forte è una spinta ulteriore e al Mugello si percepisce proprio questo aspetto. La spinta dei tifosi si avverte fisicamente. Tra l'altro, i due piloti vanno anche molto d'accordo tra loro e lavorano in una particolare armonia scambiandosi le informazioni. Tutto questo ci permette di portare in giro per il mondo l'immagine dell'Italia che ci piace, del Paese che è capace di essere di fare impresa e di ottenere dei risultati straordinari anche con la tecnologia, pur essendo più piccoli dei nostri concorrenti. Anche questo è un vanto e credo possa rappresentare una spinta per gli imprenditori e i manager italiani: si può competere ad alto livello anche dall'Italia.



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