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   numero di 18/04/2018
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Rauhe (AHK): tra Italia e Germania interscambio record

I tedeschi sono il nostro primo partner commerciale e anche meta di acquisizioni per le imprese italiane, che fanno shopping di aziende da quelle parti più di quanto loro facciano da noi

Secondo i dati Istat, lo scorso anno le esportazioni italiane verso la Germania hanno toccato quota 55,9 miliardi di euro (+6,0% rispetto al 2016) mentre il valore delle importazioni si è attestato a 65,3 miliardi di euro (+9,0% rispetto al 2016). Nel 2017 la Germania ha dunque consolidato la posizione di primo partner commerciale per l'Italia, in termini sia di export sia di import mentre l'Italia si conferma, per la Germania, sesto mercato di sbocco e quinto Paese per importazioni, mantenendo anche la posizione di sesto partner commerciale. Ne abbiamo parlato con Erwin Rauhe, presidente della Camera di Commercio italo-germanica AHK.

Interscambio Italia-Germania: a che punto siamo?

Siamo in un momento molto favorevole. Anche nel 2017 l'interscambio è cresciuto di un 7%, peraltro in modo parallelo, sia per le esportazioni verso l'Italia ma anche delle esportazioni italiane verso la Germania. Raggiungiamo la cifra record di 121 miliardi di euro e il saldo commerciale verso la Germania resta anche nel 2017 al di sotto dei 10 miliardi. Ciò significa che nel corso dell'ultimo decennio la crescita dell'export è stata più vivace da parte delle aziende italiane verso la Germania, che non viceversa.

Tutto questo è sintomo di una buona vitalità delle nostre PMI?

Parlerei di una buona vitalità dell'industria italiana in generale. Se uno guarda poi il tessuto industriale nazionale, vediamo che la presenza dei grandi gruppi è molto inferiore mentre il numero delle PMI è molto superiore alla controparte tedesca. Certamente nelle esportazioni hanno giocato un ruolo fondamentale le PMI, che stanno anche cercando di fare una crescita dimensionale, indispensabile per poter essere presenti con successo sui mercati esteri.

Nel vostro rapporto avete analizzato anche l'interscambio regionale. Ci può dare qualche numero?

Ogni volta che andiamo a scomporre i dati a livello regionale, salta fuori qualche "chicca", qualche curiosità. Per esempio, l'interscambio a livello della Lombardia - che ha raggiunto i 42 miliardi di euro - è pari all'intero interscambio della Germania con il Giappone. Vi sono poi alcune regioni come, per esempio, il Lazio che sono cresciute in maniera molto significativa (oltre il 20%), a dimostrazione di una certa vitalità che ritorna anche in questa regione. Lì è l'automotive che fa da traino, insieme al chimico-farmaceutico. Ovviamente, sono le grandi regioni industrializzate del nord Italia - Lombardia, Emilia Romagna e Veneto - che fanno da traino nei confronti dell'export verso la Germania.

Possiamo fare qualche considerazione sull'automotive?

Quando parliamo di questo comparto mi piace fare due tipi di considerazioni. In primis, l'industria dell'automotive italiana - e parliamo di fornitori - si è positivamente sviluppata raggiungendo delle eccellenze. Ciò fa sì che nelle marche premium tedesche vengano inseriti questi prodotti realizzati in Italia. Quest'ultima ha un numero di aziende produttrici molto inferiore alla Germania, che resta il colosso che tutti conosciamo, ma anche a livello di numeri l'Italia ha cercato di ridurre quello che era il gap. Abbiamo una produzione che è tornata ai 700-800mila pezzi solo di autovetture nel 2017, e speriamo che questo trend continui.
Se poi parliamo delle grandi eccellenze italiane, si può vedere che per avere accesso a certe tecnologie e a determinate professionalità che non trovano in Germania, anche la grande industria automobilistica tedesca ha fatto degli investimenti in Italia acquisendo dei marchi, e lasciandoli qui poiché non possono essere trapiantate da quella culla di eccellenza ove sono radicate e che forniscono anche quelle capacità e professionalità necessarie per lo sviluppo futuro dell'azienda.

Però ci sono anche aziende italiane che vanno a fare shopping in Germania?

Direi che guardando i numeri, il volume delle operazioni fatte da aziende italiane con acquisizioni all'estero è superiore a quello delle aziende tedesche in Italia. Ci sono circa 2.200 imprese tedesche in Italia e ci sono circa 2.600 aziende italiane che hanno delle attività in Germania.
La ragione dell'acquisto molte volte è un po' differente: spesso un'impresa italiana acquisisce una realtà tedesca per aver accesso a un mercato o a un brand, mentre l'azienda tedesca che investe in Italia lo fa in primis, non per l'accesso al mercato, che hanno già, ma per acquisire quelle tecnologie, capacità e professionalità che non trovano in casa.

Prima abbiamo citato il comparto chimico-farmaceutico

Si tratta di un settore di eccellenza. L'Italia ha dovuto per ragioni storiche - la chimica di base qui praticamente non esiste più - indirizzare il suo sviluppo verso prodotti ad alto valore aggiunto. Un classico esempio è quello del farmaceutico, dove le imprese italiane acquisiscono degli intermedi - in gran parte anche dalle aziende tedesche - e poi esportano il prodotto finito indipendentemente dalla brandizzazione che viene fatta.
Vi sono delle aree industriali, dei distretti, senza i quali in Europa non riusciremmo neanche a produrre la quantità dei prodotti farmaceutici di cui necessitiamo.
Ricordo poi anche il settore biomedicale, che è stato conosciuto in Italia non per l'eccellenza che rappresentava, ma perché purtroppo è stato colpito dal terremoto. In quel periodo, quando le aziende erano ferme, alcuni trattamenti erano addirittura messi in dubbio a livello globale, perché la capacità di produzione ed esportazione italiane avevano un ruolo talmente forte da coprire una parte significativa del fabbisogno globale.


Quali sono le sfide per il futuro?

Innanzitutto, partirei dicendo che abbiamo bisogno di più Europa, di stabilità e di maggior collaborazione. L'asse industriale italo-tedesco-francese è quello che può portare ad una crescita significativa del manifatturiero continentale.
Tutte le industrie, sia quelle tedesche sia quelle italiane, secondo due diversi sondaggi, denunciano una mancanza di manodopera qualificata. Proprio la qualificazione della forza lavoro è una grossa sfida per il futuro.
Se guardiamo alle aziende italiane, direi che oltre a questa, vi è anche quella di raggiungere una crescita dimensionale tale che le permetta di competere a pari livello con le altre imprese a livello globale.

Avete parlato di industria dell'eccellenza. Cosa implica?

Implica il fatto che tu fai il tuo mestiere e ti concentri su quello meglio di chiunque altro. Noi in Italia abbiamo tantissime eccellenze, e purtroppo se ne parla molto poco. Ci sono tantissime eccellenze anche in Germania. Questa complementarietà delle due aziende produttive manifatturiere dei due Paesi può dar luogo ad un salto dimensionale e permettere all'industria dei due Paesi di competere anche con i colossi americani o asiatici, che stanno chiaramente migliorando i loro prodotti. Ricordiamo che una gran parte dei brevetti - parliamo sempre di eccellenza - vengono realizzati in Europa e vi è anche, per fortuna, una certa crescita dell'attività brevettuale da parte delle aziende italiane.

 



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