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   numero di 24/02/2016
Finanza e investimenti

Non abbiate paura dei ribassi, c'è chi non aspetta altro
De Michelis (FRAME AM): se proviamo a rimanere razionali e ad uscire da questo contesto di frenesia, possiamo affermare che questo ribasso a livello fondamentale non è totalmente incomprensibile

Ladies & gentlemen, that's rock and roll!
Questo è quello che mi ha riferito un collega gestore in una sera di gennaio. E si può dire senza timore di essere smentiti che febbraio non è certo cominciato diversamente.
Analizziamo prima la situazione attuale e poi cerchiamo di capire come muoverci a livello di asset allocation nel breve ma anche in futuro.
Per farmi un'idea più precisa dell'accaduto sono stato a Londra a confrontarmi con diversi e stimati gestori ed analisti e come voi ho letto di tutto di più. La prima cosa che salta all'occhio in questo inizio anno è sicuramente la volatilità intraday di moltissime blue chip, in particolare delle banche. Quello che è accaduto ad esempio a Banca Intesa nel giorno della trimestrale è stato a dir poco pazzesco. Nonostante abbia riportato degli ottimi risultati trimestrali ed abbia confermato buone prospettive per il 2016, il titolo prima è salito del 5% e poi ha chiuso a meno 3,9%, trascinato al ribasso dall'ondata di negatività di fine giornata. E nei due giorni precedenti aveva fatto anche peggio, muovendosi in un range di quasi quindici punti percentuali.
Di fronte a questi segnali, mi sorgono spontanee tre domande: perchè avvengono questi tracolli repentini? Siamo in presenza di un bear market? Quando e se torneremo ancora a comprare?
Sappiamo tutti che ci sono i grandi fondi sovrani in questo momento sono venditori netti mentre i grossi compratori ancora non si vedono all'orizzonte. In tale contesto, aggiungete che i volumi di mercato allo stato attuale sono realizzati per un 75% dai robotrader e solo per il rimanente 25% dagli esseri umani. I robot non pensano, eseguono.
Il lato positivo (perchè ce n'è sempre uno, a ben pensarci) è che se non altro una volta avremmo dovuto attendere mesi per vedere questo ribasso (non dimentichiamoci che il mercato azionario europeo ha perso il 25% dal massimo relativo di aprile 2015 di cui il 20% soltanto nelle ultime 50 sessioni) mentre ora ci siamo levati il dente velocemente. Ma tornando alla domanda del bear market, è finita qua oppure continuerà a scendere e dovremo levarci altri denti?
Se proviamo a rimanere razionali e ad uscire da questo contesto di frenesia, possiamo affermare che questo ribasso a livello fondamentale non è totalmente incomprensibile, specie se prendiamo a titolo di esempio la possibile contrazione degli utili delle aziende presenti sullo Standard and Poors. Se a 118 dollari di utili composti l'indice americano poteva rimanere a 2100 punti con P/E di 17-18, nel momento in cui gli utili si contraggono del 10% anche il P/E è destinato a modellarsi su di una media più consona ad un periodo di deterioramento degli utili, diciamo 15-16. A quel punto, l'esercizio sul fair value dell'indice dipende da quanto saranno gli utili del 2016. A 105 dollari potrebbe essere giusto un valore di 1650-1700, che vorrebbe dire una correzione del 20% circa dell'indice americano.
Nulla di drammatico, visto che la storia abbonda di questi ribassi, che si sono peraltro rivelati degli ottimi affari per comprare. E attenzione, che anche i gestori più bearish (come per esempio Crispin Odey) indicano come 1600 un punto di arrivo per la correzione in atto.
Ovviamente non sto dicendo che l'indice scenderà sicuramente a quel livello (purtroppo le sfere di cristallo al supermercato erano terminate), ma a quel punto molto probabilmente le mani pesanti (fat fingers) rientrerebbero in gioco. Questa cosa ci è stata confermata da parecchi gestori a Londra, che in alcuni casi sono quasi contenti di vedere scendere i prezzi dei titoli delle loro aziende preferite, perchè almeno avranno la possibilità di farne incetta mettendo a segno un potenziale guadagno per i propri investitori.
Morale, nessuno di loro vede all'orizzonte una nuova crisi finanziaria o sistemica come quelle che abbiamo visto nel 2008 e poi nel 2011. E In effetti, se ci pensate bene, a chi conviene che il petrolio vada a zero? Non certo ai produttori.
A chi conviene che il "banco" salti? Non certo agli avventori del casino, visto che poi non ci sarebbe più nessuno a pagarli. Mi è piaciuto moltissimo l'esempio di Alessandro Fugnoli nel suo ultimo report settimanale, relativo al fatto che se tutti dicono che le cose andranno male o bene, allora ci sarà per forza una motivazione, anche se nessuno la sa.

Come in un noto film italiano degli anni Ottanta dove un agente di cambio (Renato Pozzetto) chiede ad un collega per quale motivo tutti stessero comprando "Canestracci oil" e questi risponde "Non lo so, però io compro".
Io spero di aver individuato un filo logico in quanto accaduto finora e agli investitori dico di non abbandonare la barca per buttarsi in mare perchè ci sono ancora un sacco di pescecani. Che senso ha infatti tenere cash sul conto corrente quando i tassi di interesse bancari sono negativi, oltre ad avere un rischio controparte ormai alto (ricordiamo la legge sul bail-in oltre i 100.000 euro depositati)?
Molto meglio allora continuare con gestori market neutral o relative value, strategie sulla volatilità, sugli storni più importanti accumulare pian piano azioni di valore (come stanno già facendo i gestori bottom-up) e continuare a tenere in portafoglio (senza eccessi) la valuta più antica del mondo, l'oro, che sta offrendo segnali interessanti.


Michele de Michelis, CIO FRAME Asset Management



Finanza e investimenti

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