Gigi Beltrame
Il dramma dei dispositivi connessi non presidiati
La vulnerabilità dei sistemi causa oggi danni fisici ed economici reali e tangibili
Per anni ci siamo raccontati che il crimine informatico fosse una questione astratta, confinata in una dimensione eterea fatta di codici binari, password rubate e archivi di dati esfiltrati nel silenzio dei server. Un problema serio, certamente, ma percepito come distante dalla materialità della nostra vita quotidiana. Oggi quella barriera tra virtuale e reale è definitivamente crollata. La recente ondata di attacchi informatici che ha colpito diversi supermercati europei rappresenta uno spartiacque che non possiamo più permetterci di ignorare: la compromissione della cosiddetta tecnologia operativa - quella che governa le macchine, gli impianti e le infrastrutture - non produce più soltanto disagi digitali, ma causa danni fisici ed economici diretti, tangibili e pesantissimi.

Al centro di questa vicenda ci sono i controllori Danfoss AK-SM 800A, dispositivi fondamentali utilizzati nella grande distribuzione per gestire e monitorare da remoto gli impianti di refrigerazione, il riscaldamento e l'illuminazione. Prendere il controllo di questi apparati significa avere il potere di spegnere i banchi frigo di intere catene alimentari nel pieno della notte, mandando a male tonnellate di merce deperibile, interrompendo un servizio essenziale per i cittadini e infliggendo perdite milionarie alle aziende. La cosa più inquietante, tuttavia, non è la sofisticazione dell'attacco, ma la sua prevedibilità. Un'analisi tecnica dettagliata sulle vulnerabilità di questi specifici controllori era in circolazione già dal mese di agosto. Il pericolo era noto, documentato, pubblico. Eppure il disastro è avvenuto lo stesso.
La risposta risiede nel tallone d'Achille del nostro mondo iperconnesso: la manutenzione. Aggiornare la tecnologia operativa non è semplice come installare una patch sullo smartphone mentre dormiamo. Si tratta di intervenire su sistemi complessi, spesso obsoleti, progettati per funzionare ininterrottamente ventiquattro ore su ventiquattro. Fermare una macchina per aggiornarla richiede competenze tecniche verticali, coordinamento tra decine di fornitori esterni e, soprattutto, costi e tempi di inattività che molte aziende non vogliono sostenere. A questa oggettiva complessità tecnica si somma poi il fattore umano più banale e pericoloso: la negligenza. Molti gestori hanno semplicemente ignorato il problema, cullandosi nella pigra illusione che nessun malintenzionato avrebbe mai perso tempo a violare il termostato di un supermercato. Una scommessa persa in partenza, perché i criminali informatici oggi agiscono in modo automatizzato, scandagliando la rete alla ricerca di qualsiasi porta lasciata socchiusa, ovunque essa si trovi.
Il caso dei supermercati europei ci obbliga a sollevare lo sguardo e a porci una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: quanti sistemi simili ci sono là fuori? Negli ultimi dieci anni abbiamo disseminato milioni di sensori e dispositivi di controllo remoto in ogni angolo delle nostre città, delle nostre fabbriche e delle nostre abitazioni, spinti dall'entusiasmo per l'efficienza e la comodità dello "smart". Abbiamo reso intelligente e connesso tutto ciò che poteva esserlo, senza quasi mai chiederci quale fosse il prezzo da pagare in termini di vulnerabilità.
Basta guardarsi intorno, dentro le mura domestiche, per rendersi conto della portata del fenomeno. Ricordate lo scandalo dei robot aspirapolvere di fascia alta che, mentre pulivano i pavimenti, scattavano fotografie dell'interno degli appartamenti, finendo per inviare immagini intime dei proprietari su server esterni? Quello non è stato che un assaggio. Oggi abbiamo caldaie connesse alla rete per ottimizzare i consumi energetici, serrature elettroniche che ci permettono di aprire la porta di casa al corriere mentre siamo in ufficio, impianti di climatizzazione, telecamere di sorveglianza, persino elettrodomestici da cucina gestiti tramite applicazioni sul telefono. Dal punto di vista ingegneristico, non c'è alcuna differenza concettuale tra il controllore industriale di un banco frigo e la centralina che regola la caldaia del nostro condominio o il sistema che governa gli accessi di un ospedale. Sono tutti piccoli computer collegati a Internet, spesso dotati di sistemi di sicurezza rudimentali, password predefinite mai cambiate e software che nessuno aggiornerà mai. Ogni sensore installato per semplificarci la vita è, potenzialmente, un cavallo di Troia già piazzato dietro le nostre linee di difesa.
Di fronte a questa proliferazione incontrollata, dobbiamo avere la maturità di accettare un assioma fondamentale: la sicurezza al cento per cento non esiste. Chiunque venda o prometta l'invulnerabilità assoluta nel dominio digitale mente o non conosce la materia. Qualsiasi sistema connesso può, con il tempo e le risorse adeguate, essere violato. Ma proprio perché la sicurezza totale è un miraggio, diventa imperativo cambiare approccio e iniziare a pensare a come difendersi in maniera seria, strutturata e realistica.
Difendersi seriamente oggi non significa rinunciare alla tecnologia, ma smettere di installarla alla cieca. Significa progettare reti isolate e segmentate, in modo che la compromissione del sensore di una porta o di un termostato non permetta a un attaccante di paralizzare l'intera infrastruttura aziendale o domestica. Significa pretendere dai produttori di hardware standard di sicurezza rigorosi fin dalla fabbrica e procedure di aggiornamento semplici e garantite nel tempo. Significa, soprattutto, considerare la manutenzione informatica alla stregua della manutenzione elettrica o idraulica: un obbligo vitale, non un costo opzionale da tagliare a fine bilancio.
Se non saranno il buon senso o le normative europee a imporre questa svolta culturale, ci penserà molto presto il mercato, attraverso il suo regolatore più inflessibile: le compagnie di assicurazione. Finora il mondo assicurativo ha guardato al rischio informatico concentrandosi soprattutto sul furto di dati e sul blocco dei computer. Ma ora che gli hacker dimostrano di poter causare danni materiali - bruciando macchinari, deteriorando merci, bloccando catene di montaggio o lasciando interi edifici al freddo - le regole del gioco stanno cambiando rapidamente.
Esattamente come nessuna assicurazione coprirebbe contro il furto un gioielliere che lascia la cassaforte aperta e la vetrina senza allarme, così nel prossimo futuro le polizze diventeranno inaccessibili, o economicamente insostenibili, per chi non sarà in grado di dimostrare una gestione rigorosa dei propri dispositivi connessi. Ce lo chiederanno le assicurazioni, nero su bianco, prima di firmare qualsiasi contratto: vorranno sapere quanti sensori abbiamo, chi li gestisce, quando sono stati aggiornati l'ultima volta i controllori remoti e quali contromisure sono attive in caso di intrusione. Chi continuerà a ignorare gli avvisi di sicurezza, come accaduto con i frigoriferi da agosto in poi, non solo subirà il danno dell'attacco, ma si ritroverà a doverlo pagare interamente di tasca propria. Nell'era dell'Internet delle cose, la negligenza digitale ha smesso di essere un peccato veniale: è diventata un lusso che nessuno può più permettersi. Perché? Quanti sistemi simili ci sono là fuori?.
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