Gigi Beltrame
Il software non è più quello di una volta
L'intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui guarderemo le applicazioni
Fermatevi un secondo. Pensate a come compravate un gestionale cinque anni fa, o un CRM, o un qualsiasi strumento per far girare l'azienda. Vi sedevate a un tavolo con un commerciale, negoziavate un numero di licenze, moltiplicavate per il prezzo unitario, firmavate un contratto e via. Seats per price. Semplice, prevedibile, quasi rassicurante. Un modello che conoscevamo tutti e che, a dirla tutta, funzionava benissimo in un mondo dove il software era un prodotto: lo compravi, lo installavi, lo usavi. Come un trapano. Lo metti in magazzino, quando ti serve lo accendi.
Ecco, quel mondo non esiste più. E chi ancora ragiona in quei termini sta facendo esattamente lo stesso errore di chi, nel 2007, guardava l'iPhone e diceva: "Carino, ma chi lo vuole un telefono senza tastiera?"
Il costo di pensare
Quello che sta succedendo nel mercato del software è qualcosa di profondo, strutturale, e per certi versi affascinante. L'intelligenza artificiale non si è limitata ad aggiungere una funzione in più al menu. Ha cambiato le fondamenta economiche di come il software viene costruito, venduto e pagato. Il vecchio SaaS (Software as a Service) aveva un vantaggio straordinario per chi lo vendeva: il costo marginale per ogni nuovo utente era praticamente zero. Aggiungevi un cliente, aggiungevi una riga nel database, il server reggeva. Margini altissimi, scalabilità infinita. Era il sogno di ogni imprenditore tech.
Ora provate a immaginare una cosa diversa. Ogni volta che un utente fa una domanda al vostro software intelligente, ogni volta che un agente AI analizza un documento, genera un report, suggerisce una strategia, dietro le quinte si accende un motore computazionale che consuma token, energia, potenza di calcolo. Non è più come servire una pagina web statica. È come accendere un piccolo cervello artificiale che lavora, ragiona, produce. E quel cervello ha un costo. Un costo reale, misurabile, che dipende da quanto intensamente lo fai pensare. Il software, per la prima volta nella sua storia, ha un costo variabile significativo. Pensateci: il prezzo del pensiero artificiale è diventato una voce di bilancio.
Chi sparisce, chi emerge
Ma non è solo una questione di costi e ricavi. La vera rivoluzione è nella catena del valore, nelle competenze, nelle persone. Ve lo dico con la brutalità che merita: interi reparti stanno cambiando forma. I team di sviluppo si stanno snellendo. Non perché i programmatori non servano più - servono eccome - ma perché il tipo di programmatore che serve è radicalmente diverso. Servono meno persone che scrivono codice riga per riga e più persone che sanno addestrare modelli, progettare architetture di agenti, comprendere come un sistema di AI si inserisce dentro il flusso operativo di un'azienda. Servono meno "muratori" del software e più "architetti" del pensiero artificiale.
E qui arriva la parte che dovrebbe togliervi il sonno, o accendervi l'entusiasmo, a seconda di come la guardate: il system integrator tradizionale, quello che prendeva il pacchetto A e lo collegava al sistema B con un po' di middleware e tanta pazienza, sta diventando una figura del passato.
Oggi non basta integrare sistemi. Bisogna integrare contesti. Capire come l'intelligenza artificiale si innesta nel modo specifico in cui la vostra azienda lavora, decide, sbaglia, impara. Non è più system integration, è context integration. E la differenza non è semantica: è strategica.
L'interfaccia che scompare
Vi ricordate quando per usare un software dovevate fare un corso? Quando c'era il manuale di duecento pagine, il tutorial obbligatorio, la certificazione per poter cliccare sui bottoni giusti? Ecco, dimenticate tutto. L'interfaccia del futuro, anzi del presente, è una conversazione. Parliamo al software come parliamo a un collega. Gli chiediamo cose in linguaggio naturale, lui risponde, propone, esegue. La dashboard piena di grafici e filtri lascia spazio a un dialogo. E questo cambia radicalmente chi può usare il software: non più solo il tecnico specializzato, ma chiunque sappia formulare una domanda sensata.
Vi rendete conto di cosa significa? Significa democratizzare l'accesso alla potenza computazionale. Significa che la receptionist, il responsabile di magazzino, il direttore commerciale possono interrogare il sistema con la stessa naturalezza con cui mandano un messaggio su WhatsApp. Il software smette di essere un territorio riservato agli iniziati e diventa un servizio accessibile a tutti. E quando un servizio diventa accessibile a tutti, il mercato esplode.
Dal mezzo al fine
Ma la trasformazione più radicale è forse quella che riguarda il modello di pagamento. E qui vi chiedo di fare uno sforzo di immaginazione. Fino a ieri pagavate per avere accesso a uno strumento. Domani - in molti casi già oggi - pagherete per il risultato che quello strumento produce. Non comprate più il trapano: comprate il buco nel muro. Non pagate la piattaforma: pagate l'obiettivo raggiunto, il processo automatizzato, la decisione supportata, il documento generato. È il passaggio dal mezzo al fine, e scardinare questa logica significa ripensare completamente contratti, metriche di valore, modelli di governance.
E non è un caso che l'Europa stia spingendo su normative come DORA e NIS2, che chiedono accountability, trasparenza, gestione del rischio. Quando il software diventa un agente che prende decisioni, non puoi più trattarlo come un tool passivo. Devi sapere cosa fa, come lo fa, perché lo fa. I contratti a tempo e materiale lasciano spazio a modelli di embedding, dove il fornitore non vende ore ma si assume una responsabilità sul risultato. È un cambio di paradigma enorme, e chi non lo coglie rischia di trovarsi dalla parte sbagliata della storia.
Il nuovo profit pool
Goldman Sachs lo dice con i numeri: il mercato del software crescerà, ma la torta verrà tagliata in modo completamente diverso. I margini si sposteranno verso chi saprà costruire soluzioni AI-agentiche realmente integrate nei processi aziendali, verso chi offrirà contesto e non solo codice, verso chi trasformerà la complessità dell'intelligenza artificiale in semplicità per l'utente finale. Chi resterà aggrappato al vecchio modello, il pacchetto chiuso, la licenza annuale, il prodotto deterministico, vedrà i propri margini erodersi come una spiaggia sotto la marea.
E allora la domanda vera, quella che dovreste portarvi a casa stasera, è questa: voi da che parte state? State costruendo il futuro o state proteggendo il passato? Perché in questa nuova economia del software, la competenza più preziosa non è tecnica. È culturale. È la capacità di guardare il cambiamento non come una minaccia da contenere, ma come un'opportunità da cavalcare. Di combinare la solidità della tradizione con l'audacia dell'innovazione. Di capire che il software non è più un prodotto sullo scaffale, ma un'intelligenza viva che lavora al vostro fianco.
Il futuro non aspetta. E, sinceramente, non ha mai aspettato nessuno.

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