Competitività in EU: il 96% dei leader chiede più integrazione
Di Domenico (BCG): la priorità vera dell'Europa è quella di ridurre la dipendenza dall'estero; dagli Stati Uniti per difesa, tecnologia ed energia, da Russia e altri Paesi per le materie prime, dalla Cina per le commodity
A un anno dal "Liberation Day", la spinta promessa per rilanciare la competitività europea non ha ancora generato un cambiamento decisivo. Il dibattito è passato dall'attesa alla consapevolezza di quanto sia necessario rafforzare l'economia del continente e tutelare gli interessi industriali, in un contesto globale caratterizzato da tensioni commerciali, catene del valore frammentate e concorrenza crescente tra regioni. Questa constatazione nasce dalla seconda edizione del European Competitiveness Barometer di BCG, che ha coinvolto 850 dirigenti di alto livello e 6.400 cittadini nei principali paesi europei, Italia inclusa.
Il risultato più evidente è il senso di urgenza condiviso: il 96% dei leader d'impresa e l'85% dei cittadini ritengono imprescindibile rafforzare la tutela degli interessi commerciali europei. La competitività è vista non solo come obiettivo economico, ma anche come condizione di resilienza industriale e sociale per il continente.
"Le aziende europee sono passate da tre fasi nell'ultimo anno. In attesa dei dazi erano immobili: tra le imprese si tendeva a rinviare investimenti e scelte strategiche. Dopo i dazi, le imprese hanno iniziato a muoversi con una logica di 'controllo ciò che posso controllare'. Ora, si è tornati al 'business as usual', consapevoli di agire in un mondo diverso dal precedente", afferma Davide Di Domenico, Managing Director e Senior Partner di BCG.
I dirigenti denunciano uno stato di immobilità che potrebbe tradursi in perdita di valore medio-termine. Il 94% del business e l'81% dei cittadini chiedono all'Europa di abbandonare un'attitudine "naive" e di evolvere verso un'unione più integrata non solo come mercato di consumatori, ma anche come spazio produttivo e di investimento. Il 40% del campione business e il 36% dei cittadini ritengono necessaria una revisione completa dell'Unione Europea, pur riconoscendone la complessità (39% business, 43% cittadini).
L'87% dei leader intervistati propone la creazione di un gruppo di Campioni Europei, costituito da Paesi più allineati, con maggiore capacità decisionale per accelerare le scelte strategiche e superare le lentezze e le frammentazioni che oggi limitano l'efficacia dell'azione europea. Più dell'80% del campione individua le seguenti leve prioritarie per potenziare la competitività: riduzione del carico fiscale, maggiore flessibilità del mercato del lavoro, semplificazione regolatoria, concorrenza equilibrata e contenimento della spesa pubblica.
Le imprese hanno indicato cinque aree industriali su cui concentrare gli sforzi:
- Nuove tecnologie: l'86% dei leader richiede incentivi fiscali mirati per investimenti ad alto rischio; l'82% propone la creazione di una "DARPA" europea per stimolare l'innovazione civili.
- Energia: l'89% degli intervistati chiede lo sviluppo di un mix energetico decarbonizzato; l'87% considera prioritaria la realizzazione di una "European Grid" per supportare l'elettrificazione industriale e colmare il divario di costi rispetto a USA e Cina.
- Mercati dei capitali: l'84% dei leader vuole l'armonizzazione delle normative bancarie; l'88% auspica un'integrazione dei mercati dei capitali e il rafforzamento dell'ecosistema di venture capital.
- Difesa: l'83% dei dirigenti vede la difesa come il nuovo "acciaio" europeo, integrata con l'economia spaziale e tecnologie avanzate; l'85% ritiene prioritaria una maggiore cooperazione europea in questo settore.
- Sovranità delle supply chain: l'88% dei partecipanti vuole ridurre le dipendenze esterne nei settori strategici; l'85% considera cruciale rafforzare i comparti critici delle catene di fornitura europee.
"Tutte queste priorità hanno un fattore comune: la resilienza delle catene globali delle forniture", osserva Di Domenico. "La priorità vera dell'Europa è dunque quella di ridurre la sua dipendenza dall'estero: dagli Stati Uniti per difesa, tecnologia ed energia, da Russia e altri Paesi per le materie prime, dalla Cina per le commodity".
Il sentiment dei leader europei sulla competitività si attesta al 67%, in calo rispetto all'80% registrato al Liberation Day, ma rimane significativo. L'Italia si distingue con una fiducia più alta tra le imprese (81%), in contrarietà a Germania e Francia. Di Domenico spiega: "l'Italia era il Paese più a rischio per i dazi, perché è molto esposto sul commercio e anche sugli Stati Uniti. Oggi prevale il sollievo per il fatto che il mondo non è crollato. Questo anche per la nostra struttura imprenditoriale fatta di PMI: le piccole imprese sono infatti più flessibili rispetto alle grandi e questo si sta rivelando un vantaggio per l'Italia, in una fase in cui la flessibilità è fondamentale"
In Italia, il 69% del business e il 67% dei cittadini indicano "more Europe" come leva per rafforzare la competitività. In Germania le percentuali sono rispettivamente 72% e 62%, in Francia 56% e 53%. Questi dati confermano che, in un'Europa attraversata da tensioni e trasformazioni, l'integrazione è percepita come la chiave per tradurre l'urgenza in un'agenda concreta di rilancio industriale.

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