Pagnacco (ALDAI Federmanager): manager, da esecutori a protagonisti del cambiamento nelle imprese italiane
Competenze e networking, ma anche supporto ai passaggi generazionali per guardare con fiducia al futuro
Il 2025 di ALDAI è stato "un anno ricco di soddisfazioni" all'insegna di un "ritrovato spirito di coesione" e di partecipazione attiva degli associati. Nonostante la figura del manager sia spesso messa in disparte, essa è cruciale per "far andare avanti la baracca".
Nell'intervista a Giovanni Pagnacco, Presidente ALDAI-Federmanager, emerge la determinazione e la consapevolezza che ALDAI oggi sappia determinare le politiche aziendali, agendo da "partner" costruttivo per il bene del tessuto industriale nazionale. (qui il video dell'intervista)
Qual è il bilancio di Aldai per il 2025 e le prospettive per il futuro?
Il 2025 è stato un anno ricco di soddisfazioni, essendo stato il mio primo anno pieno per questa consigliatura come presidente di Aldai. Ho riscontrato un ritrovato spirito di coesione, di progettualità e di uniformità di vedute, insieme a un forte senso di appartenenza, motivazione e importanza data alla partecipazione attiva degli associati. Abbiamo avuto eventi di carattere formativo con una partecipazione sempre più numerosa, attiva e aperta al confronto e alle idee, e questo mi permette di dire di essere soddisfatto del 2025. Questo percorso ci darà molta forza per pensare in positivo agli anni futuri, con iniziative e progettualità crescenti che confido possano aumentare, non solo il numero degli iscritti, ma la loro partecipazione attiva.
Nonostante sia sempre stata centrale, la figura del manager è spesso messa un pochino in disparte; si parla di imprenditoria, ma il manager è colui che "fa andare avanti la baracca".
Qual è oggi la sua centralità e come si sta evolvendo il suo ruolo?
In questa nuova figura che si va sempre più consolidando, la managerialità non è più soltanto un ruolo di mero esecutore, ma di colui o colei che si attiva per determinare le politiche e gli obiettivi che l'azienda deve perseguire. Questo deve avvenire in un dialogo aperto, assolutamente costruttivo e senza timori reverenziali con la parte datoriale, agendo come partner di un unico obiettivo: far funzionare al meglio la propria azienda. Il manager deve operare con la personalità e lo standing necessari per il bene dell'azienda e del tessuto industriale nazionale, con la maggiore autonomia possibile affinché gli obiettivi vengano raggiunti. Questo ruolo stimola un dialogo continuo di crescita delle aziende attraverso i propri manager, favorendo uno sviluppo tramite processi formativi, di networking e di accrescimento delle competenze. La partecipazione attiva e l'awareness stanno sbloccando un processo dove il messaggio giusto è quello di toccare le leve motivazionali, affinché i luoghi di lavoro possano restituire il massimo risultato possibile, con effetti evidenti anche a livello di coesione sociale.
Avete recentemente esteso il perimetro di rappresentanza: quali sono le nuove figure che rientrano oggi nella vostra tutela?
Il manager che noi rappresentiamo e che andiamo a estendere come categoria include tutti coloro che svolgono attività manageriale, quindi non più soltanto i dirigenti, ma anche i quadri superiori, così come già definiti dal nuovo contratto CONFAPI. Stiamo cercando di discutere con la controparte confindustriale per il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei dirigenti, in cui la figura del quadro apicale manageriale rientra in questa famiglia. Vogliamo raggiungere, rappresentare, valorizzare e tutelare questa platea allargata, includendo anche le professionalità del lavoro autonomo. Questa estensione non ci spaventa, anzi ci motiva, perché riteniamo di poterli rappresentare.
Quanto è cruciale per Aldai Federmanager l'interlocuzione con il decisore politico?
Ci riempie di orgoglio il fatto che, come Federmanager e ALDAI( che è la territoriale più grande, con più di 14.000 iscritti su un totale di poco meno di 60.000), abbiamo un ruolo importante partecipando attivamente in tavoli a livello nazionale. Ho avuto il piacere di partecipare a discussioni con il decisore politico in fasi precedenti alla finanziaria gestite principalmente da Cida, che ci ha visto partecipi e allineati. Questo ha prodotto un primo passo che ha visto accendersi una luce sul ruolo del manager e dell'imprenditore. Il nostro scopo è emergere in quanto figure responsabili di un cambiamento volto al miglioramento delle politiche industriali, con riflessi sull'economia del Paese e sulla coesione sociale. Questa awareness è soprattutto una responsabilità, un dare costruttivo, che ci prepara a estrarre le migliori politiche industriali dai nostri territori e a portarle al decisore politico con maggiore probabilità di successo, trasformando le necessità quotidiane in vere e proprie manovre politiche.
Come sta cambiando il ruolo del manager in risposta ai mutamenti geopolitici, tecnologici e sociali che viviamo?
Abbiamo il privilegio di avere accesso diretto alle migliori menti pensanti che ci accompagnano in un processo di adattamento a un cambiamento geopolitico, tecnologico e sociale sempre più rapido e difficile da gestire. Non vogliamo essere dei followers, ma vogliamo essere tra i principali attori nel governare questo cambiamento. La figura del manager deve avere una crescita tecnica, professionale, umana e anche politica su temi che riguardano la collettività e la restituzione verso il sociale. Il manager è un attore fondamentale di un processo di adattamento e cambiamento continuo; dall'industria si possono generare quei mezzi di sostentamento per rendere sostenibili, dal punto di vista tecnico e finanziario, alcuni istituti fondamentali di carattere previdenziale e sanitario. In questo modo, possiamo alleggerire il peso del pubblico utilizzando un certo privato a supporto. Il nostro ruolo è di un partner, un insieme di volenterosi che studiano e lavorano, trasmettendo valore anche sociale. Noi nasciamo come interlocutori della parte datoriale e tra i nostri obiettivi c'è la tutela della categoria, il cui contratto è la massima espressione. Questo ci investe di forte senso di responsabilità verso i manager, l'azienda, il sociale, gli strumenti di welfare, con ricadute positive anche a livello di coesione sociale e con la volontà di trovare spazio anche nel pensiero del decisore politico e nel didattico mass mediatico.
In che modo Aldai può supportare i family business e le PMI, in particolare nelle delicate fasi di passaggio generazionale?
Siamo consapevoli che il tessuto imprenditoriale italiano, dove lavora la maggior parte dei nostri iscritti, è costituito da piccole e medie imprese. La grandezza di un'azienda non è nel numero delle persone, ma nella qualità e nel valore che rappresenta. Sappiamo che i passaggi generazionali, soprattutto nelle PMI, possono comportare la necessità di attingere anche un po' più dall'esterno su managerialità inizialmente di altissimo profilo. Noi possiamo aiutare in questo processo, perché siamo fautori di politiche interne che permettono la crescita attraverso la formazione e il ricollocamento di alcune risorse che possono trovarsi valorizzate al meglio in contesti differenti. La dimensione conta relativamente; ciò che conta è la managerialità. La Lombardia, ma in generale il nostro Paese, possiede una ricchezza enorme di biodiversità industriale; se potessimo aumentare la percentuale di aziende managerializzate, l'effetto in termini di coesione sociale ed economico sarebbe molto interessante. Per farlo dobbiamo incentivare l'occupabilità dei giovani e delle donne: più donne al lavoro in posizioni apicali possono favorire un rilancio sostenibile e duraturo per l'economia e la società nel suo complesso. La nostra azione è volta a far sì che le aziende possano managerializzarsi e fare quel network necessario, cosa che noi possiamo aiutare e contribuire affinché avvenga nel modo migliore.

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