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30/11/2022

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Startup: l'Italia non è un Paese per unicorni

Massimo Volpe (Retail Hub): mancata internazionalizzazione, un sistema strutturale incapace di attirare capitali e cosí ci si ritrova a non crescere o addirittura morire

Che ci sia un problema con le startup italiane è oggettivo: sono ancora troppo poche le realtà del Bel Paese che riescono a fare la scalata e diventare unicorni - così vengono definite le startup che raggiungono la valutazione di 1 miliardo di dollari o più.
In anni in cui moltissime realtà sono riuscite a diventarlo e ad affermarsi sul mercato, l'Italia è rimasta un passo indietro: ci sono solo due unicorni, Scalapay e Satispay.
Due primati che si perdono nel grande universo di unicorni nel mondo, e per notare il grande gap con l'Italia non serve andare lontano ma basta restare in Europa dove ci sono oltre 150 unicorni, in testa il Regno Unito con 44, a seguire la Germania con 29, la Francia con 25, Svezia e Spagna con 8.

Startup: l'Italia non  un Paese per unicorni

Perché, quindi, le startup in Italia non crescono o addirittura falliscono? Le ragioni risiedono nel nostro sistema burocratico e amministrativo complesso e poco accogliente, tassazione per niente snella rispetto a Paesi come UK o USA, difficile reperimento di capitali internazionali, scarsa cultura del mercato estero.
Lo sostiene Massimo Volpe che nel 2020 ha fondato insieme ad Antonio Ragusa Retail Hub, start up di successo e verticale sul mondo retail che con la piattaforma Innovation Explorer "scova" le più dirompenti e innovative startup, scaleup e unicorni - ad oggi ne contano circa 2000 provenienti da tutto il mondo e in svariati settori - facendole emergere, accompagnandole nel go to market per poi metterle in contatto con le grandi aziende - per esempio, Parmalat, Carrefour, Yamamay e moltissime altre - che hanno così modo di avere a portata di mano e in maniera mirata le tecnologie di ultima generazione che sempre più spesso è difficile individuare.

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Volpe, esperto del settore retail e innovazione a livello internazionale, conosce i vari mercati e come funzionano le cose al di là dei confini sia italiani che europei, e l'universo start up è il suo "pane quotidiano", per questo ha avuto modo di capire nel tempo cosa c'è che non va in Italia in questo mercato.

Startup troppo "Italia-centriche" e un sistema che non promuove concretamente l'internalizzazione

Il problema è un sistema che non è stato costruito in modo adeguato, o almeno i risultati ancora non si vedono.

A dieci anni dalla legge che ha avviato il registro per le startup innovative ciò che emerge è che l'ecosistema italiano è ancora troppo lento.
Non si muore, ma nemmeno si cresce.
Per fare il salto di qualità occorre moltiplicare ancora di più gli investimenti, arrivando alle decine di miliardi di Paesi come la Francia o il Regno Unito.

Ma ad oggi è possibile?

"Oggi il sistema Italia non funziona per andare all'estero, ed è difficile diventare un unicorno se il mercato è solo quello italiano.
C'è un problema nell'attirare i capitali, e quindi è difficile affacciarsi agli investitori internazionali.
Bisognerebbe studiare un modello più furbo.
Manca una buona strategia.
Per esempio, in Francia il corrispettivo del nostro ICE è un ente privato e non pubblico finanziato dal governo, e che rinnova finanziamenti in base ai risultati, cosa che in Italia manca.

Una startup che si focalizza troppo sul mercato italiano non è attrattiva per l'estero e al tempo stesso non potrà mai fare la scalata se continua a girare sempre intorno ai capitali italiani.
È un problema di struttura ma spesso anche di mentalità.
Spesso, per comodità o opportunità, manca l'ambizione e ci si accontenta.
Ecco perché le startup che nascono e operano in Italia, seppur sopravvivendo, non fanno il salto di qualità.
Forma mentis che non attira chi deve investire in te
", afferma il founder di Retail Hub, startup che è stata pioniera nell'intuire il potenziale di Scalapay - sistema di pagamento digitale innovativo - e a scommettere su di lei, contribuendo così a farla diventare uno dei due soli unicorni italiani.

La situazione porta anche a una mancanza di stranieri che lanciano startup in Italia

"Ci dobbiamo domandare perché nessuno punta sull'Italia per lanciare un progetto.

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Ci sono tantissimi stranieri che lanciano start up a Londra o negli USA, mentre questo in Italia non succede e non c'è nessuno che monitora questa dinamica, che se cambiasse rotta permetterebbe un upgrade non indifferente nel mercato italiano.
E tutto questo manca perché l'Italia non crea un ambiente accogliente per gli stranieri.
Non esiste un'infrastruttura che permette di semplificare la situazione, e soprattutto un sistema tassativo agevole per sviluppare progetti e business.
C'è un problema burocratico e amministrativo respingente"
, continua Volpe che, "grazie alla sua esperienza in giro per il mondo, si è reso conto che una delle grandi difficoltà delle startup è la connessione le aziende, problematica che colpisce in maniera critica anche start up ad alto potenziale evolutivo, e che Retail Hub ha l'obiettivo di risolvere grazie alla sua attività di scouting e matching a livello globale.

Non basta avere l'idea vincente: fondamentale è la conoscenza del mercato a cui ci si rivolge

"Una start up che funziona è frutto anche di un'idea unica ed originale, ma non basta solo questo.

Si può dire che i migliori unicorni che ci sono nel mondo nascono da ispirazioni di altri servizi simili e che vengono poi rielaborati.
Però la differenza non la fa solo l'idea o il fatto di dover essere per forza originali ma la profonda conoscenza del mercato a cui ci si vuole rivolgere.
Bisogna prestare grande attenzione ai territori interessati perché ogni Paese e ogni mercato hanno caratteristiche differenti e non esiste una ricetta unica per avere successo in tutto il mondo
", continua Volpe che con Retail Hub affianca le startup anche nell'analisi e valutazione di come si muove o reagisce un determinato settore in un particolare territorio.

Delivery e analisi dei dati sono settori in crescita, quello dei sistemi di pagamento ormai saturo

"Dalla nostra esperienza di monitoraggio emerge che in Italia, mentre il settore dei sistemi dei pagamenti è ormai arrivato a una maturità, il settore delivery sta crescendo molto - anche se resta ancora realtà locale - e anche le startup legate all'analisi dei dati.

Nella delivery ci occupiamo, per esempio, di una startup fondata a Milano che si chiama Bevi - che si occupa di consegne a domicilio di casse d'acqua - e di Tulips - startup nativa di Cesena che si occupa del commercio online di prodotti agricoli del territorio - entrambe realtà che sono partite con alte valuation sul mercato e che quindi hanno un grosso potenziale se pensiamo che l'Italia solitamente ha valuation più basse rispetto agli altri Paesi.
Per quanto riguarda il settore dell'analisi dei dati c'è Wonderflow che permette di analizzare quella che viene chiamata la ?voce dei clienti' di un brand e dei suoi concorrenti, e quindi recensioni dei prodotti online, i risultati ottenuti dal servizio clienti, sondaggi e altro ancora.
Nasce in Italia, ha attirato investimenti internazionali e sta avendo quindi una crescita su larga scala.
A livello più generale, inizia ad esistere un numero importante di startup legate alle tecnologie per gli store senza cassa, ma nessuna di queste è italiana.

È un settore però che stiamo monitorando molto perché, seppur poco considerato in Italia, ha un grosso potenziale che va sfruttato, e su cui si può puntare.
Come per esempio una start up portoghese molto promettente, Sensei, che ha creato una tecnologia che consente ai negozi fisici di diventare spazi autonomi, senza dover passare dalle casse o effettuare pagamenti fisici.
Si sta sviluppando sul mercato portoghese che per molti versi è simile al mercato italiano quindi non solo è una realtà da tenere d'occhio, ma ci suggerisce che potrebbe arrivare anche da noi "lo store del futuro
", conclude Volpe.



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