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16/03/2022

economia

Valutare con cautela le proiezioni sugli impatti economici della guerra

Enguerrand Artaz (La Financière de l'Echiquier): a causa soprattutto dell'impennata dei prezzi delle materie prime, è indubbio che le ricadute sulla crescita mondiale e sull'inflazione non saranno neutre

È trascorsa più di una settimana e il conflitto continua a infuriare sul suolo ucraino.
La capitale, Kiev, è ancora teatro di molti combattimenti e la Russia non sembra pronta ad allentare la pressione.
In questa fase, è molto difficile prevedere ciò che accadrà nelle prossime settimane: una veloce de-escalation, nel caso fosse firmato un cessate il fuoco, o un'intensificazione del conflitto, destinato a impantanarsi.

Valutare con cautela le proiezioni sugli impatti economici della guerra

Tutti gli scenari sono ormai possibili.
Le proiezioni che possiamo tentare di fare sugli impatti economici di questo drammatico episodio vanno valutate con cautela.
Si possono, tuttavia, formulare alcune considerazioni.
A causa soprattutto dell'impennata dei prezzi delle materie prime, è indubbio che le ricadute sulla crescita mondiale e sull'inflazione non saranno neutre: ribassiste nel primo caso, rialziste nel secondo, anche se è difficile quantificarne la portata.
Il National Institute of Economic & Social Research del Regno Unito prevede un calo potenziale di un punto percentuale nella crescita del PIL mondiale e un aumento di altri 3% dell'inflazione quest'anno.
E se il rincaro del petrolio, che la scorsa settimana ha sfiorato i 120 dollari al barile, avrà un impatto su tutte le aree geografiche, sarà l'Europa a pagare maggiormente le conseguenze del conflitto.

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In effetti, l'Unione europea dipende molto dalle importazioni di materie prime energetiche dalla Russia: le importazioni di petrolio russo rappresentano oltre il 25% del fabbisogno dell'UE, quelle di gas oltre il 45%, senza dimenticare le importazioni di carbone.
Ora, le forniture stanno rallentando e un'escalation nelle sanzioni potrebbe portare l'UE a dover fare a meno di tutte o parte delle importazioni russe.
La bolletta energetica rischia di salire alle stelle portando a un rallentamento della produzione in molti settori, già colpiti dalle difficoltà di approvvigionamento di altre materie prime (in particolare quelle agricole e i metalli).

In questo contesto, come reagiscono le banche centrali? Per la Banca Centrale Europea, l'equazione non è forse così complessa.
Con un'inflazione sottostante nell'Eurozona significativamente più bassa che negli Stati Uniti, la BCE aveva già maggior margine di manovra rispetto alla Federal Reserve (Fed).
Nel caso di un rallentamento dell'attività, insieme a un'impennata dei prezzi dell'energia che, alla fine, avrebbe un impatto negativo sul potere d'acquisto delle famiglie e quindi sui consumi, la BCE sarebbe poco incentivata ad agire rapidamente.
Scottata dagli errori commessi nel 2008 e nel 2011, in cui alzò i tassi a causa soltanto dell'inflazione energetica mentre l'inflazione sottostante era moderata e l'attività economica fragile, sarebbe certamente pronta a rimandare il suo programma di stretta monetaria.
Una logica, questa, che non vale per la Fed. L'impatto sull'economia statunitense sarà molto più moderato.

Di contro, l'aumento dei prezzi dell'energia accentuerà ulteriormente un tasso d'inflazione già molto elevato e soprattutto diffuso in tutti i settori dell'economia.
La Fed non ha quindi altra scelta se non quella di proseguire a ritmo serrato verso la stretta monetaria, con un primo aumento dei tassi questo mese e l'inizio di una riduzione delle dimensioni del bilancio entro l'estate.
I mercati potrebbero quindi trovarsi in una situazione in cui gli Stati Uniti dovranno far fronte a una drastica stretta monetaria e l'Europa a un vuoto d'aria nella crescita.
Non è una prospettiva molto rassicurante anche se la si può circostanziare: in molti mercati, le valutazioni sono scese parecchio rispetto ai picchi dell'estate del 2021.
In Europa, per esempio, il P/E dell'EUROSTOXX 50 è ora dell'8% sotto la mediana a 15 anni, mentre era del 26% più alto l'estate scorsa.

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In altre parole, buona parte della strada potrebbe già essere stata fatta.
Enguerrand Artaz, gestore di La Financière de l'Echiquier



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