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08/09/2021

idee

Il terziario in Italia tra Covid e ripresa

 

Dall'Osservatorio del Terziario di Manageritalia un'analisi sullo stato dell'arte del settore e le prospettive per i prossimi anni

Il settore dei servizi è diventato gradualmente l'attività predominante nella maggioranza delle economie sviluppate e in numerosi mercati emergenti.
È quindi da considerarsi come componente importante della crescita economica.
Ma c'è ancora tanta strada da fare per raggiungere i livelli dei Paesi più avanzati.
Per mettere a fuoco lo stato dell'arte del comparto, l'Osservatorio del Terziario di Manageritalia si è avvalso in questo caso delle analisi di Oxford Economics ("L'evoluzione del settore dei servizi in Italia dal 2010") e BCF ("L'impatto del Covid sui settori del terziario").

Il terziario in Italia tra Covid e ripresa

Vediamo alcuni dei principali aspetti emersi da queste due importanti analisi.

Un peso crescente

Come nella maggioranza delle economie sviluppate, in Italia il settore dei servizi (o terziario) - definito come economia totale al netto di agricoltura, attività estrattive, manifattura, utility e costruzioni - ha visto crescere costantemente la sua importanza nel generare sviluppo economico negli ultimi anni e decenni.
In Italia, il terziario rappresenta tre quarti del Pil.
Molti Paesi sviluppati sono ancora più dominati dai servizi, come gli Stati Uniti e la Francia, dove tale quota si avvicina o supera anche l'80%.
Per comprendere al meglio l'importanza crescente dei servizi e le sinergie che creano con gli altri macrosettori, è utile tracciare il profilo comparato dell'evoluzione del settore terziario negli ultimi dieci anni in Italia e analizzare l'impatto della crisi economica causata dalla pandemia in corso.

Relazioni virtuose

Nonostante la sua preponderante quota nell'economia, spesso il settore terziario è visto come dipendente da quello della produzione di beni.

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Nei recenti elaborati di Oxford Economics e dell'Osservatorio del Terziario di Manageritalia viene mostrato come questa visione sia troppo semplicistica e non renda giustizia a una relazione molto più complessa.
Il mondo dei servizi italiano e quelli della manifattura, costruzioni e utility sono fortemente interdipendenti.
Il terziario genera attività di produzione di altri settori simili a quelle della manifattura.
Tra i comparti dei servizi che maggiormente interagiscono con il resto dell'economia ci sono il commercio all'ingrosso e al dettaglio, il trasporto e magazzinaggio e le attività professionali che, non a caso, esibiscono moltiplicatori per euro di attività in linea con la manifattura (attorno a 1,94 euro).

L'analisi di Oxford Economics mostra inoltre che il terziario vende solo il 16% della sua produzione come input per la produzione di beni, risultandone quindi strutturalmente poco dipendente in termini di fatturato.

L'evoluzione dell'ultimo decennio

Nel decennio pre-pandemia il settore dei servizi italiano ha mostrato un tasso di crescita medio annuo (0,3%) superiore a quello del resto dell'economia italiana (-0,15%).
Tuttavia, ha sperimentato una crescita più lenta rispetto a quella riscontrata nell'Eurozona.
La crisi del debito pubblico - dalla quale l'Italia è stata una delle economie più colpite - ha portato a un periodo di austerità tra il 2010 e il 2015 che può contribuire a spiegare la debole performance dei settori pubblici della sanità e dell'istruzione.

L'incertezza si è trasmessa comunque anche a vari comparti privati del terziario, tra cui il trasporto e magazzinaggio è stato il settore più colpito.
Il successivo periodo di ripresa 2015-2019 ha invece visto una crescita generalizzata, seppur ridotta, di quasi tutte le aree del terziario, ad eccezione della pubblica amministrazione.
Nell'intero decennio la quota del terziario sul Pil è di conseguenza cresciuta di oltre 1,5%, simile al guadagno di quota registrato in ognuno dei tre decenni precedenti (circa 2% a decennio).
Da notare che nel 2020 il settore del terziario nel suo complesso ha continuato a guadagnare quote di pil, avendo registrato una decrescita pari a -8,1%, a fronte di una decrescita del -8,6% del valore aggiunto nazionale.
La scarsa dinamica del terziario italiano nell'ultimo decennio (se comparata a quella dei corrispettivi stranieri) deriva sostanzialmente dalla bassa crescita della produttività di alcuni importanti comparti e di riflesso rappresenta quindi una facile opportunità per migliorare la loro produttività e quella complessiva del Paese.

Gli investimenti languono

Pur avendo mostrato tassi di crescita superiori a quelli del Pil, una potenziale spiegazione della scarsa performance nell'ultimo decennio del terziario italiano è la bassa intensità degli investimenti, in relazione al valore aggiunto.

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Una delle tendenze è che, con pochissime eccezioni, l'intensità degli investimenti è diminuita nell'ultimo decennio per quasi tutti i comparti del terziario in Italia.
L'analisi dell'Osservatorio di Manageritalia conferma che, laddove si è verificata una maggiore intensità di investimenti, ha corrisposto, in media, un premio in termini di produttività del lavoro.
Specularmente, e questo è stato il caso per la maggior parte del terziario nell'ultimo decennio, a bassa intensità di investimenti, ha corrisposto una ridotta crescita della produttività del lavoro.

La capacità di fare export

Un'altra possibile spiegazione dell'arretratezza dei servizi italiani rispetto agli altri Paesi avanzati è il non avere ancora sfruttato appieno il commercio internazionale.
In tutti i principali stati europei, negli ultimi dieci anni le esportazioni di servizi sono cresciute molto più velocemente della produzione complessiva del settore.

I dati più recenti mostrano come il terziario italiano sia più focalizzato sul mercato interno rispetto agli altri Paesi e non abbia ancora sfruttato le opportunità di crescita derivanti dal canale export.
Un caso di studio rappresentativo è quello del trasporto e magazzinaggio.
Data l'importanza relativa delle attività manifatturiere in Italia - significativamente più alte di Francia e Spagna - sarebbe logico aspettarsi che tale settore sia essenziale nel coordinare il movimento dei beni e, dunque, costituisca una leva fondamentale per aumentare le esportazioni.
La produttività del settore è rimasta però molto indietro nell'ultimo decennio, generando uno svantaggio competitivo con gli altri Paesi e determinando una bassa penetrazione delle aziende italiane nell'effettuazione dei servizi logistici con l'estero.

L'impatto del COVID-19

La crisi dovuta alla pandemia ha avuto un impatto fortemente diseguale sui diversi settori del terziario.

Nel 2020, duramente colpiti sono risultati i servizi di alloggio e ristorazione, con una perdita di valore aggiunto del 36% e una occupazionale del 7,5%.
Al contrario, settori come quello dell'informazione e comunicazione hanno avuto variazioni vicine allo zero, sia per quanto riguarda il valore aggiunto che l'occupazione.
Allargando lo sguardo, sette su undici dei settori dei servizi hanno subìto perdite significative sia per occupazione che per valore aggiunto, mentre la maggior parte di quelli del "secondario" (manifattura, minerario, utility) e l'istruzione hanno visto un drastico calo del valore aggiunto, ma senza perdite significative di occupazione.
Questo fatto non risponde solo a logiche differenze strutturali tra settori nella sensibilità al distanziamento sociale, ma anche a un ruolo delle politiche del lavoro introdotte per fronteggiare la crisi: l'espansione della cassa integrazione guadagni e del blocco dei licenziamenti si applicano esclusivamente ai lavoratori a tempo indeterminato.

Grazie a un'elaborazione di BCF Local Economies per l'Osservatorio di Manageritalia, è possibile notare come i settori con un'incidenza maggiore di dipendenti a tempo indeterminato, ad esempio la manifattura e l'istruzione, sono anche quelli che hanno riportato una perdita occupazionale minore, al netto di quella di valore aggiunto intercorsa.

Scenari di ripresa

L'ampia variabilità dell'impatto in termini di perdita di valore aggiunto e occupazione genera un quadro eterogeneo anche per quanto riguarda gli scenari di ripresa a tre anni delineati da Oxford Economics.
I settori che dipendono dal finanziamento pubblico, come la sanità e l'istruzione, finiranno per essere limitati dalla necessità di riparare le finanze pubbliche, sulla scia del massiccio sostegno fiscale per far fronte alle perdite di reddito durante la pandemia.

I settori maggiormente sensibili al distanziamento sociale, come alloggio e ristorazione e arte/intrattenimento, saranno lenti a riprendersi nel 2021, con un ritorno alla normalità pre-Covid nel 2022, anche grazie al probabile utilizzo di una parte del risparmio delle famiglie accumulato durante la pandemia.
Una prospettiva non particolarmente rosea riguarda il settore delle attività professionali: la ripresa ha iniziato a perdere slancio dopo una forte performance nella seconda metà dello scorso anno, ma è difficile ipotizzare un ritorno ai livelli pre-pandemici nel prossimo futuro.
La complessa eterogeneità dell'impatto della crisi rappresenta una sfida per le politiche per la ripresa.
Le evidenze riportate nei lavori recenti di Oxford Economics e dell'Osservatorio del Terziario di Manageritalia portano l'attenzione del legislatore verso la necessità di incentivare gli investimenti e aumentare l'apertura al commercio internazionale per garantire una crescita della produttività almeno in linea con i principali paesi europei e possibilmente per recuperare lo spazio perduto.

Da un punto di vista occupazionale, indirizzare al meglio i sostegni è cruciale non solo per una questione di efficienza - non sprecare risorse e non lasciare indietro settori importanti per uno sviluppo di lungo periodo - ma anche per evidenti ragioni di equità e di tenuta strutturale, ossia evitare di perdere capacità produttiva.
Emilio Rossi, Direttore Osservatorio del Terziario Manageritalia e Senior Advisor Oxford Economics (nella foto)



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