02/10/2019

idee

L'Europa va incontro alla crisi ma a Bruxelles non interessa

 

Francia e Germania si preparano a politiche espansive. Ma questo non sarà consentito all'Italia, in nome dei vincoli di Maastricht applicati a discrezione dalla Commissione

Non si è ancora insediato il nuovo direttorio di Bruxelles che la fredda attualità gli sussurra che è il momento di finire i brindisi per la vittoria di Von der Layen e del via libera a Lagarde. I festeggiamenti per l'accoppiata rosa ai vertici della Commissione Europea e della BCE sarà il caso che terminino in fretta poiché l'Europa sta scivolando velocemente verso la crisi. Una crisi ben esposta nei dati anticipatori dei PMI di HIS Markit.

L'Europa va incontro alla crisi ma a Bruxelles non interessa

"Secondo la stima dei dati flash, l'Indice Composito dell'Eurozona, da 51,9 di agosto, è sceso a settembre a 50,4, indicando la più debole espansione della produzione manifatturiera e terziaria da giugno 2013. Il peggioramento è stato causato dal primo crollo dei nuovi ordini di beni e servizi da gennaio scorso, segnando la contrazione più netta da giugno 2013". Ricordiamo che 50,0 significa nessuna variazione e quindi stallo.
Le cose vanno persino peggio se andiamo a vedere i dati delle più importanti economie dell'eurozona.
A settembre il PMI della Germania scende a un minimo di quasi 7 anni a 49,1 a settembre, (ben al di sotto dei 50 punti) indicando un rinnovato declino delle condizioni operative man mano che cresce la recessione del comparto manifatturiero. La creazione di posti di lavoro si è bloccata, è c'è un maggiore pessimismo per il futuro.

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Va ricordato che il crollo dell'export del settore auto rischia di aggiungere migliaia di licenziamenti a quelli già annunciati del sistema bancario. E stavolta, con il crollo dei nuovi ordini, non basteranno i mini jobs per compensare.
E anche il P MI Flash della Francia a settembre scende a 51,3 (ad agosto era 52,9) indicando l'espansione più debole del settore privato in 4 mesi. La crescita generale è stata sostenuta da un aumento dell'attività nelle società di servizi, ma anche qui si vede una significativa frenata.
Se le economie di Germania e Francia guardano in faccia sempre più da vicino la crisi, gli altri Paesi non è che possano fare miracoli. Specialmente chi ha in tedeschi e francesi i migliori partner commerciali e mercati di esportazione, come è il caso dell'Italia.
Secondo Chris Williamson, Chief Business Economist presso IHS Markit, "L'economia dell'eurozona è vicina allo stallo. I dati indicano che il PIL del terzo trimestre dovrebbe aumentare di appena lo 0.1%, con un indebolimento verso la fine del trimestre. L'indagine ci suggerisce quanto siano incombenti i rischi di una contrazione dell'economia nei prossimi mesi. Ancora più evidente è che i nuovi ordini per beni e servizi stanno già crollando al tasso più veloce da metà 2013, suggerendo quindi che le aziende proveranno sempre più a ridurre la produzione, a meno che la domanda non riprenda. Inoltre, è stato riportato un ridimensionamento delle assunzioni, diminuite al livello più basso da inizio 2015. Il peggioramento del mercato del lavoro si aggiunge al rischio di tagli della spesa da parte delle famiglie. Il quadro generale di un'economia che si accinge a scivolare verso il declino è evidente dall'ulteriore peggioramento del potere decisionale sui prezzi delle aziende. A settembre, i prezzi medi di vendita di beni e servizi hanno infatti riportato a malapena aumenti. Con dati come questi, aumenteranno le pressioni sulla BCE per aggiungere ulteriori stimoli a quelli appena varati".

La chiave dell'inversione di tendenza è quindi, come da ogni manuale serio di economia, un aumento dei consumi delle famiglie, anche attraverso politiche fiscali e del lavoro. Questo comporterebbe anche un allentamento delle misure di austerity da parte della Commissione Europea, che dovrebbe dimostrare una maggiore flessibilità nell'applicazione dei parametri di Maastricht. Se n'è accorto anche Draghi.
Ma ciò è in netto contrasto con la politica fin qui condotta dalla Germania sotto i governi Merkel. Peraltro la svolta "verde" della cancelliera sotto l'incalzare dell'AfD, è come al solito di facciata: all'annuncio di misure di spesa per progetti "green" da oltre 50 miliardi di euro (che però non si conoscono), ha fatto da contraltare l'apertura di oltre 140 scavi per nuove miniere di lignite (carbon fossile), necessarie alle industrie tedesche. Quando si dice coerenza. Ma comunque la Germania investirà in infrastrutture, che ormai sono al collasso, spendendo finalmente una parte del surplus di bilancio. E questo avrà ricadute positive.

La Francia, come al solito, fa i suoi interessi, nonostante abbia un debito pubblico ormai quasi vicino al nostro. Aveva già annunciato che avrebbe allegramente sforato i parametri debito/Pil quando alla Commissione c'erano Moscovici e Dombrovskis, lo rifarà tranquillamente quando nella prossima Commissione ci saranno Dombrovskis e Gentiloni. Questo perché come disse Juncker: "la Francia è la Francia".
La stessa Commissione che, siamo certi, impedirà all'Italia qualsiasi manovra espansiva, che consentirebbe di contrastare gli effetti della crisi e gettare le basi per un minimo rilancio. Altro che flessibilità.
Chi si aspettava un occhio più benevolo con il cambio di governo rimarrà deluso, come ha ben fatto intendere Dombrovskis. E ci ritroveremo sempre col solito cappello in mano. Altro che scorporo dei progetti "green".

Claudio Gandolfo
 



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