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05/12/2018

digital

La web tax è sbagliata perché è recessiva per le aziende italiane

 

Liscia (Netcomm): siamo favorevoli all’applicazione di un’imposta sulle società che operano nel mercato digitale purché basata sui profitti e non sui fatturati e a parità di condizioni nel contesto fiscale

Con la legge di Bilancio 2017 anche l’Italia ha elaborato una proposta di web tax che prevede, a partire dal 1° gennaio 2019, l’applicazione di un’imposta del 3% sui servizi digitali B2B, nei confronti di stabili organizzazioni di soggetti sia residenti che non residenti nel territorio dello Stato.
Un grido di allarme è stato lanciato da Roberto Liscia, presidente Netcomm, secondo cui questa tassa potrebbe avere ricadute molto negative per le imprese italiane, specialmente le PMI.
Quali sarebbero gli impatti della web tax sull'economia italiana?

La web tax è sbagliata perché è recessiva per le aziende italiane

Sono sicuramente di natura recessiva.
Come tutte le tasse sulla fatturazione e non sui profitti.
Facciamo l’esempio una tassa alla fonte, le accise sulla benzina: provocano danni ai consumatori.
Basti vedere cosa sta accadendo con le proteste di piazza in Francia in questi giorni.
E' evidente la necessità che tutti paghino in maniera corretta le tasse, ma la tassazione deve essere equa e nella metrica dei profitti, non del fatturato.
E anche a parità di condizioni nel contesto fiscale, in modo che le imprese siano tassate in modo equo e non discriminatorio.
Siamo assolutamente preoccupati perchè a livello europeo e italiano per colpire pochi si “uccidono” altri.
Come con le accise, che innescano misure recessive.
Il costo della tassa si rifletterà inevitabilmente lungo la supply chain, con maggiori costi per le PMI e di conseguenza per i consumatori, frenando la crescita delle imprese e gli investimenti, con effetti dannosi sulla competitività delle aziende e perdita di posti di lavoro.

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Specialmente in un frangente in cui l'economia digitale è l’unica a poter creare lavoro, anche grazie alla sua capacità di attivare l’export.
Ci preoccupa perchè l'Italia è già adesso arretrata a livello strutturale rispetto al panorama europeo e mondiale.
Le imprese e in particolari le PMI, alla base del tessuto economico italiano, devono poter crescere e innovare.
Un altro aspetto che deve essere considerato è la protezione delle imprese: la web tax metterà inevitabilmente le aziende europee in una posizione di svantaggio rispetto a quelle non UE, perché attualmente non disponiamo di mezzi legali per garantire l’applicabilità della tassa nei confronti di società fuori dai confini europei”.

Gli scenari sull’impatto della web tax
“Abbiamo fatto una analisi con Prometeia in merito all’impatto della web tax su quattro fattori: consumi, investimenti e sviluppo, PMI e base imponibile totale”, ha proseguito Liscia.
“L’incremento dei prezzi associato all’imposta potrebbe comportare una diminuzione della domanda dei servizi digitali sulla base dell’elasticità della domanda”.
Prometeia ha analizzato le possibili ricadute complessive di un’imposta sui servizi B2B del settore dell’eCommerce in Italia.
In assenza di esperienze già acquisite da altri Paesi sull’applicazione della web tax e sul comportamento di imprese e consumatori, la ricerca ha combinato diverse ipotesi sulla definizione della base imponibile della web tax, l’eventuale traslazione dell’imposta sugli acquirenti finali dei servizi di eCommerce, gli effetti dell’aumento dei prezzi sulla domanda di servizi di eCommerce B2B, nonché l’impatto dell’imposta sui margini operativi e sugli investimenti delle imprese.

Questo ha permesso di elaborare molteplici scenari che, pur con una forte dispersione di risultati, sono accomunati dall’effetto negativo che la web tax sembra avere sui livelli di attività delle imprese dell’eCommerce in Italia e sui relativi livelli di occupazione.
Nello scenario di maggiore impatto (con ipotesi di traslazione completa dell’imposta, maggiore elasticità della domanda ai prezzi, effetti sugli investimenti e base imponibile più ampia), in un triennio la produzione risulterebbe inferiore fino a circa 2 miliardi di euro rispetto allo scenario base senza imposta, con un’incidenza dello 0.06% sulla produzione complessiva dell’economia, mentre l’impatto negativo sull’occupazione del settore arriverebbe a una perdita di circa 17 mila addetti, lo 0.07% del totale di riferimento, a fronte di un maggior gettito fiscale di poco superiore a 250 milioni di euro.

“I dati della ricerca riflettono le preoccupazioni più volte espresse da Netcomm in merito all’applicazione di una tassazione che contribuirebbe ad allargare il gap sulla competitività con gli altri paesi europei e sui mercati internazionali”, conclude Liscia.
“La web tax ha in sé diversi elementi recessivi che si tradurrebbero nell’aumento dei prezzi per i consumatori e in un decremento dell’occupazione.
Non dimentichiamo che il settore dell’eCommerce in Italia da diversi anni continua a crescere a due cifre rispetto al canale fisico, con un impatto sul Pil dell’1,6%, facendo registrare una bilancia positiva dell’export che oggi è di circa 4 miliardi di euro e contribuendo a creare posti di lavoro con un alto livello di alfabetizzazione”.


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