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   numero di Giugno2013
Editoriale

Se la Troika sbaglia (consapevolmente) la terapia

 

L’ammissione trapelata di errori sul caso Grecia mette sul banco degli imputati FMI, BCE ed UE e la loro ricetta per il superamento della crisi

Una terapia sbagliata causata da una diagnosi volutamente errata. Come se un’equipe medica che ha asportato un organo sano al posto di quello malato ammettesse: “scusate, abbiamo scherzato”. Difficile mantenere l’aplomb.
Il documento riservato dell’FMI e pubblicato dal WSJ inchioda l’istituzione capeggiata da Lagarde alle sue responsabilità, da condividere con gli altri due componenti della Troika. Dopo l’ammissione della sottovalutazione del fiscal leveraging, dopo il riconoscimento che austerità e crescita sono strade che non possono essere percorse contemporaneamente, adesso quelli del FMI hanno avuto una folgorazione sulla via di Damasco anche sulla Grecia, ridotta ormai allo stremo e prossima ad esplodere. Ma quanto sono bravi quelli della Troika, con la loro ricetta tutta a base di austerità e tagli...
Il documento reso pubblico ammette per la prima volta che i vertici arcigni dell’FMI sapevano fin dall’inizio che la ricetta di austerity lacrime e sangue imposta assieme a Bce e UE al governo ellenico sottostimava largamente i suoi effetti recessivi. Non solo. Gli stessi vertici dell'FMI (madame Lagarde compresa) sapevano da subito che i pessimi parametri economici di Atene non avrebbero consentito un intervento del Fondo in suo aiuto.
Tutta questa manovra, si legge nel documento, "è stata fatta per prendere tempo e consentire all'area euro di costruire le difese necessarie per salvare gli altri Paesi che rischiavano di essere travolti dall'effetto contagio della crisi dei debiti sovrani". In pratica, si è preso tempo per garantire le banche tedesche e francesi (quelle più esposte verso gli istituti di credito ellenici), nazionalizzando un debito essenzialmnte privato, con conseguente socializzazone delle perdite. Magra consolazione è leggere che sulla dinamica del debito nazionale greco l'FMI riconosce, solo ora, di aver sbagliato "di molto".
La Germania e soliti Paesi correlati hanno impiegato anni per acconsentire di tagliare il debito di Atene. Avessero accettato subito, probabilmente oggi ci preoccuperemmo d’altro. Ma il potere delle banche e dei fondi speculativi ha prevalso sul bene comune, e i cittadini greci oggi sono debitori (però “solo” verso l’FMI, BCE e Stati UE) praticamente dello stesso importo iniziale. Ma dopo essersi dissanguati pagando tassi di interesse assurdi, e aver accettato riforme draconiane.
Una terapia che, alla luce dei fatti, si è dimostrata controproducente. Anche perchè gli effetti della tanto sbandierata austerity, auspicata come panacea di tutti i mali, ha di fatto messo in ginocchio gli altri Paesi, a partire dai PIIGS, facendo esplodere la disoccupazione e facendo crollare il PIL. Casualmente, in tutti i Paesi tranne la Germania.
Ma se a Washington recitano (in privato) il mea culpa, a Bruxelles il solito ineffabile Olli Rehn ha rivendicato che è stato evitato il contagio. Ha definito “chiaramente sbagliato e infondato” pensare che siano state aggirate le regole e che fosse meglio permettere una ristrutturazione del debito nel 2010. Inoltre, ha sottolineato che il rapporto “non riflette una posizione ufficiale del board dell’FMI”.
Certo, sono state rispetatte le regole... Certamente non poteva ammettere gli errori di diagnosi e terapia, per quanto concertate. In fondo, tutelare gli interessi della grande finanza nordeuropea è un obiettivo fin troppo evidente dalle decisioni (e non decisioni) che vengono regolamente prese a Bruxelles e Francoforte. Prima salvare l’euro, poi (forse), le economie e le popolazioni degli stati che lo adottano.
Un punto fermo è che all’Italia i diversi fondi salva-stati (o salva-banche) sono già costati oltre 45 miliardi di euro. E in futuro molti di più. Un tributo decisamente troppo oneroso per uno Stato che si finanzia a un tasso molto superiore a quello degli altri Paesi. E che non ha certamente aiutato nè i nostri conti nè la lotta per l’abbattimento del debito pubblico. Basti pensare agli equilibrismi per poter trovare le coperture per scongiurare l’aumento dell’IVA o abolire l’IMU sulla prima casa oppure rifinanziare la cassa integrazione. E parliamo di una cifra totale che non arriva a 10 miliardi di euro.

Peraltro, 45 miliardi sono di poco superiori alla “rata” annuale di abbassamento del debito pubblico (40 mld) che dovremmo tagliare per rispettare quel Fiscal Compact che abbiamo inopinatamente implementato nella Costituzione. Sono anche oltre l’intero ammontare della prima tranche di pagamento dei debiti pregressi della PA ai fornitori.
E questo restringe ancora di più i margini di manovra del governo, che se non riesce a strappare qualche concessione al prossimo appuntamento europeo, difficilmente potrà ridare un minimo di fiato ad una economia nazionale in apnea. Imprese e famiglie sono in disperata attesa.

Claudio Gandolfo



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