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   numero di 24/07/2019
Idee e opinioni

Il lavoro duro batte il talento se il talento non lavora duro
Nella celebre frase di Mara Maionchi c'è la sintesi di ciò che le aziende dovrebbero fare per attirare, far crescere e mantenere chi veramente vale

Mai come in queste settimane si parla e discute molto di talento. Saranno i 500 anni della morte di Leonardo; sarà il governo della non-meritocrazia che impazza. Fatto sta che su come sviluppare, attrarre e trattenere i talenti imprese e manager si confrontano attivamente.
Un'occasione sui generis, con una guest speaker d'eccezione, è stata a Milano la cerimonia di proclamazione dei vincitori della terza edizione del Premio Mario Unnia Talento & Impresa, promosso da BDO.
Chi meglio di Mara Maionchi, artista, talent scout ed imprenditrice, poteva discutere di talento? Ad iniziare dalla sua celebra frase "Il lavoro duro batte il talento se il talento non lavora duro", il giudice di X-Factor ha concorso alla discussione con i 22 imprenditori finalisti, partendo da un sondaggio in tempo reale, i cui risultati spiegano molto bene quale sia il rapporto con il talento per le migliaia di imprese che sorreggono l'economia del Paese.
Come lo si scopre il talento? Molto dipende dalla spinta innovativa e dalla propensione al cambiamento che le imprese esprimono (28%), per il 18% dall'orientamento al risultato alla spinta continua al miglioramento personale. Incidono molto anche le motivazioni (16%), il possedere una mentalità strategica (12%) e una buona dose di flessibilità (8%), intesa qui come capacità di saper capire come adeguarsi al mutato contesto dei mercati.
Il talento può essere la medicina che ci farà superare il difficile contesto che il Paese attraversa? Non c'è spazio per illusioni: no per l'88% del campione di imprenditori. Insomma, cosa serve allora per vincere la partita?
Cosa manca al nostro Paese per attrarre talenti? Per il 31% degli interpellati, trasparenza e meritocrazia. Non male, in un Paese che vede al governo una compagine che premia il reddito di cittadinanza e attacca per definizione l'impresa. Per il 19% occorre una spiccata apertura al cambiamento, per il 16% politiche industriali adeguate al nuovo modello internazionale di economia. Il 13% vede di buon occhio anche una sforbiciata e snellimento della burocrazia (che non dimentichiamoci però offre lavoro a milioni di persone altrimenti difficilmente ricollocabili nell'economia sempre più digitale) mentre per il restante 5% occorrono strumenti di supporto al mercato del lavoro e politiche di welfare aziendale.
Infine, come si alleva e come si trattiene in Italia il talento di migliaia di giovani che appena possono varcano i confini per cercare fortuna e soddisfazione altrove?

Non c'è dubbio: il 58% degli imprenditori opta per un clima aziendale e un forte senso di appartenenza, (come dire, ci lascino fare e non mettano almeno i bastoni tra le ruote); il 16% con l'adozione di piani di sviluppo e job rotation di livello. Il 9% guarda alla retribuzione, leva mai da scartare, soprattutto in tempi non facili in cui purtroppo contano sempre meno gli ideali (per inciso, il premio Talento & Impresa è dedicato ad uno studioso di impresa che lavorò a fianco di Adriano Olivetti). Chiudono con il 4% ciascuno, un buon coaching e una comunicazione interna davvero motivante e di presa.



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