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   numero di 02/05/2019
Leisure

Punto e a capo - La discussione sull'economia di internet della Senatrice Warren
Internet è un canale di distribuzione, ma al tempo stesso limitare le Big Tech significherebbe molto in termini economici

Provo a esprimere la mia opinione sulla proposta della Senatrice americana Elizabeth Warren sull'evoluzione di internet.
"Innanzitutto, la mia amministrazione, approverà una legislazione che imporrà che le piattaforme tecnologiche di grandi dimensioni siano designate come piattaforme di utilità e devono essere separate da qualsiasi partecipante sulla stessa piattaforma".
Sulla carta, a bocce ferme, non sembrerebbe una cattiva idea. In fondo, come sostiene la senatrice, sembrerebbe che una decisione politica, ossia il blocco delle attività di internet da parte di Microsoft, abbia aperto il mercato a Google, Amazon e Facebook, tanto per fare un esempio.
Può essere, ma il caso non è pertinente.
Prima di analizzare la cosa, vorrei fare un piccolo excursus sulle piattaforme di utilità: acqua, elettricità, strade e fognature. Qualcuno ha mai notato grandi miglioramenti in questi servizi?
Tornando all'argomento, le aziende internet hanno non hanno creato solo piattaforme, hanno creato ecosistemi. Amazon Prime Video è collegato ad Amazon Prime, perché il costo di distribuzione dei video è piccolissimo e aggiunge valore alla consegna gratuita e veloce dei pacchi. Una fidelizzazione e che inserisce Amazon in un mercato, quello dei contenuti, che ne può trarre giovamento.
Se dovessimo dire che l'iPhone o l'iOS sono una piattaforma, non si rischierebbe di vedere una discriminazione nello store delle applicazioni?
Il rischio di deriva populista, per non dire autoritaria su internet c'è. Se qualsiasi agenzia statale ha il mandato di intraprendere una supervisione algoritmica e di ignorare o riconfigurare il prodotto dei servizi online, controllando in tal modo il contenuto a cui i consumatori possono accedere, si rischia davvero di creare degli strumenti zoppi.
Le ricerche di Google, sebbene imperfette, premiano i contenuti perché sono la ragione di vita del servizio: democratico magari fino a un certo punto, ma è la ragione di vita. Se qualcuno potesse metterci mano, sarebbe complicato. E come si può credere di scorporare da Google la pubblicità, visto che è l'essenza della propria esistenza?
Nessuno vede un rischio concreto di censura statale, che non è mai un bene?
L'idea della senatrice e del proprio staff è rompere i modelli di business dei giganti del web. Non dico che sia una sciocchezza a priori, ma bisognerebbe prendere in considerazione l'insieme.
Amazon vende prodotti, è leader nel cloud computing,
Google permette le ricerche, è la maggiore piattaforma pubblicitaria al mondo, è leader nel cloud computing e in tante altre aree.
Facebook è leader nei social network, possiede Instagram e Whatsapp, è una delle piattaforme leader nell'advertising online.
Potrei andare avanti, ma bastano questi per l'analisi.
Se parlassimo di scorporare le attività di Google o di Amazon dei servizi alla rete rispetto a Google, come per le attività di Aws da Amazon, tutto sommato non sarebbe molto differente da quello che per esempio, ha realizzato HP scorporando le attività dei servizi da quella dei prodotti (HPE e HP).
Ma per il resto, c'è un problema, non trascurabile, di modello di business.
Può la politica mettere in discussione il modello di business delle aziende? Se sono le aziende che maggiormente capitalizzano in Borsa, un motivo ci sarà, ma non è solo perché controllano un mercato, dimenticando che una grossa fetta, che a loro fa molta gola, non è praticamente accessibile,.
Queste aziende superstar sono i motori della crescita della produttività, tutte posizionate in alto o vicino ai massimi livelli per la maggior parte degni investimenti in ricerca e sviluppo. E mentre i dati potrebbero non essere il nuovo petrolio, l'estrazione di valore potrebbe richiedere livelli simili di spesa in conto capitale. L'anno scorso, le Big Tech hanno speso in investimenti in capex come le più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ricerca e sviluppo, occupazione, ecosistema, indotto non dicono niente?

Internet è considerato il male sociale, può anche darsi, ma siamo sicuri che la limitazione dei giganti non rappresenti un male sociale ed economico molto pesante.
Bisogna intervenire, bisogna fare qualcosa, ben venga la discussione con Elizabeth Warren, perché se ne discute, ma attenzione alle posizioni che castrano i mercati in nome della libertà: storicamente sono sempre state idee malvagie.
Internet non è un mercato: è un canale di distribuzione. Non possiamo dimenticarlo.



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