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   numero di 09/01/2019
Idee e opinioni

La Francia è la Francia. La malafede regna sovrana
L'impuntarsi nella discussione sulla manovra da parte della Commissione UE serve solo a logorare il nostro esecutivo e il suo elettorato

Adesso che anche illustri commentatori nostrani si sono improvvisamente svegliati dal letargo, potremmo finalmente festeggiare. Persino Alesina e Giavazzi hanno rilevato che la Commissione Europea si è comportata con l'Italia come un organo politico anche se non ne ha affatto la facoltà, poiché dovrebbe essere un organo tecnico.
L'opacità e l'arroganza con cui si è mossa la trimurti Junker-Moscovici-Dombrovskis sono state palesi. Hanno detto NO ad una richiesta di un 2,4% di deficit preventivo quando il loro compito è assicurarsi che non si vada oltre il 3%.
Non si boccia una manovra senza aver letto i suoi contenuti, non si accusa di "sforamento senza precedenti" un governo in avanzo primario da quasi 20 anni e in surplus di bilancia commerciale ma, soprattutto, non ci si dovrebbe dare poteri di veto che non si hanno. I dati Eurostat dimostrano chiaramente che siamo più che virtuosi da anni. É malafede.
E poi questa storia che "la Francia è la Francia", detta apertis verbis da Juncker e da Moscovici, oltre che ad essere ridicola, sprezzante, e offensiva, fa cadere sulla testa della Commissione UE il macigno del conflitto di interessi.
Cosa sarebbe accaduto se al posto di Moscovici ci fosse stato un italiano a dar via libera all'ennesimo sforamento dei parametri di Maastricht? Avremmo avuto una sollevazione popolare da tutte le cancellerie, i media e persino dei netturbini di tutt'Europa. Invece "la Francia è la Francia", va oltre il 3% da 10 anni ma temporaneamente Macron risponde all'emergenza sociale.
Invece 5 milioni di poveri, oltre il 10% di disoccupazione, un pil a un passo dalla recessione e quasi un milione di immigrati più o meno regolari da gestire, non sono un problema sociale.
Macron spende una decina di miliardi in più, sfonda i parametri di Maastricht ma lo spread francese neanche si muove. In Italia o a Bruxelles starnutisce qualcuno e il nostro spread scavalla i 300 punti. Un indice non razionale e nemmeno trasparente.
Si può essere d'accordo o no sulle scelte del governo gialloverde, ma non si può negare che intendano dare risposte a chi ne avrebbe bisogno. Almeno ci provano.
Invece siamo a discutere anche sui centesimi di percentuale, sapendo che non serve a nulla, poiché la vera entità della manovra (cioè quanto lo Stato ha speso) la si saprà solo a fine 2019. Sarebbe interessante vedere la reazione della trimurti all'annuncio di un esercizio di bilancio provvisorio, come non accadeva da anni. Ma questo non accadrà.
Adesso è solo una puerile questione di affermazione di potere, che serve a logorare il nostro esecutivo e il suo elettorato.
E a Bruxelles l'orologio con il countdown verso le elezioni europee prosegue inesorabile.


Per chi volesse approfondire, nell'ultimo Rapporto stabilità finanziaria di Bankitalia, c'è scritto chiaramente, anche con esauriente grafico a pagina 62, che l'Italia ha un indicatore di sostenibilità del debito pubblico tra i migliori dell'eurozona e di gran lunga migliore di quello francese. Infatti, oltre ad avere un avanzo primario di bilancio tra i più elevati, dovrebbe aumentarlo solo di 0,6 per soddisfare la sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico. Si scopre anche che a novembre la quota di debito pubblico detenuta da non residenti, quella in genere più soggetta a repentine variazioni e che provoca la maggiore volatilità dei prezzi, è del 37%. La Francia è attestata al 61%. Ma per la Commissione UE il problema siamo noi...

Claudio C. Gandolfo 



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