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   numero di 03/10/2018
Fare Business

Millennials e welfare: più benessere e work-life balance, meno rimborsi in busta paga
Rizzi (Jointly): chi ascolterà i bisogni dipendenti, coinvolgendoli nella progettazione delle iniziative, sarà in grado di soddisfarli e vedrà aumentare l'engagement e la possibilità di ridurne il turn over

Un'idea rinnovata del welfare, sempre più legata al benessere inteso a 360° (salute, life enrichment, volontariato, flessibilità di tempi e spazi di lavoro) e meno al solo vantaggio economico individuale. É quanto emerge dall'analisi "Indagine per i bisogni degli under35" condotta dalla startup innovativa a vocazione sociale Jointly-Il welfare condiviso - con il supporto di un team di ricerca del Dipartimento di Psicologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano - circa la percezione che i giovani lavoratori hanno del welfare e quali sono i loro bisogni e preferenze dentro e fuori l'azienda. A esser coinvolti nell'indagine circa 3200 dipendenti di aziende come Acli Milano, Banca Etica, Coopservice, Discovery, Etica sgr, Ferrovie dello Stato, Invitalia, Unipol e Ynap.
Tra le evidenze più interessanti emerse dall'indagine, a dimostrazione della minore centralità del lavoro nelle loro vite e della crescente volontà di investire sul tempo libero e sulla cura del sé, c'è quella che vede le nuove generazioni di lavoratori fare ampio utilizzo dei servizi di welfare: più della metà degli interessati utilizza, infatti, almeno due servizi tra quelli a disposizione (il 32% uno e il 24% due), mentre il 18% ne utilizza tre e il 16% più di quattro. Dall'indagine emerge anche come si stia diffondendo tra i giovani un'idea rinnovata di welfare, sempre più legata alla dimensione del "work-life balance": più tempo di qualità da dedicare a sé, alla propria crescita e formazione personale, al proprio benessere psicofisico e relazionale, e meno al vantaggio economico individuale. Prendendo in esame le preferenze dichiarate, infatti, i giovani che utilizzano già iniziative di welfare scelgono sempre meno le convenzioni (palestre, estetista, ecc.), a vantaggio di attività di volontariato (857), occasioni di socializzazione (171), attività di formazione (102 persone) e opportunità di adottare orari di lavoro flessibili (93).
Un cambiamento culturale già in atto e destinato ad accentuarsi ancor più rispetto alle generazioni precedenti: a differenza di quanto percepito dai loro genitori, per i millennials il lavoro non è più mera fonte di guadagno e componente totalizzante e centrale della vita, quanto piuttosto uno strumento utile al miglioramento del work-life balance. Emblematico in questo senso è il caso dell'utilizzo di convenzioni a disposizione nel piano welfare: se da un lato infatti gran parte degli interpellati le utilizzerebbe (quasi il 75%), il valore che attribuisce risulta basso (3 su 10).
Questa diversa percezione che si sta diffondendo tra le nuove generazioni fa sì che le aziende debbano rivedere i propri piani di welfare, come sottolinea Francesca Rizzi, CEO di Jointly-Il welfare condiviso: "La mutata percezione da parte dei giovani del welfare aziendale è un dato di fatto di cui le aziende devono tener conto. La società moderna è caratterizzata da una fluidità tra vita privata e lavoro mai vista prima che comporta, per le aziende e gli operatori del settore, la necessità di prevedere sempre più iniziative volte al benessere e alla crescita della persona, non solo nella dimensione lavorativa, ma sempre più in quella personale e di conciliazione vita-lavoro. Questo rende sempre più evidente il limite delle soluzioni preconfezionate e uguali per tutti, fatte di meri rimborsi e convenzioni. Solo chi ascolterà i bisogni dei propri dipendenti, e costruirà per loro nuove iniziative coinvolgendoli nella progettazione, sarà in grado di soddisfarli e vedrà aumentare il senso di appartenenza e la possibilità di ridurne il turn over".

Secondo Claudia Manzi, Professoressa Associata di Psicologia Sociale all'Università Cattolica di Milano, che ha curato la ricerca, "emerge una associazione positiva tra l'identificazione che i dipendenti under35 hanno con l'azienda per cui lavorano e l'utilizzo e la soddisfazione per il piano welfare offerto dall'azienda. Il dato è particolarmente rilevante perché le ricerche in ambito internazionale hanno evidenziato un minore coinvolgimento personale e identitario per le realtà organizzative dove sono collocati. Il welfare aziendale quindi, se ben pianificato, può essere una risorsa particolarmente efficace per creare un legame fecondo tra azienda e dipendenti".



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