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   numero di 29/03/2017
Finanza e investimenti

Il dominio delle banche centrali è al tramonto ma attenzione alle politiche fiscali
Bahrke (Nordea AM): la crescita oggi è molto più debole di quanto non fosse prima della crisi e l'incertezza politica sta facendo traballare i fondamentali macroeconomici

Il pendolo delle banche centrali punta verso una stretta monetaria. Molti investitori sperano che gli interventi fiscali bilancino le decisioni delle banche centrali, ma soppiantare il dominio degli Istituti con quello fiscale è una soluzione pericolosa.
Mentre si accavallano le ipotesi su quali saranno le conseguenze dei cambiamenti politici all'orizzonte, un elemento è certo interesserà gli investitori: le banche centrali si stanno preparando a un cambio di regime. Gli Istituti centrali, infatti, stanno uscendo dal vicolo imboccato nell'era post-Lehman Brothers, fatto di politiche monetarie accomodanti, fattore che ha importanti contraccolpi per gli investitori che vedono sgretolarsi il quasi universale supporto delle banche centrali al ritorno sugli asset e alla stabilità macroeconomica.
Nonostante vada in una direzione contraria rispetto alla crescita, una stretta monetaria come quella che si sta profilando non è una cosa negativa quando il clima economico va scaldandosi. Tuttavia, se un significativo stimolo fiscale viene aggiunto alla ricetta, questo potrebbe portarci vicino al termine di questo ciclo economico e non prolungarlo, contrariamente a quanto molti pensano. Di conseguenza, rimane da valutare se l'ottimismo che si respira al momento nei mercati sia effettivamente giustificato.
Dato l'ottimismo sullo stato di salute dell'economia Usa, la Federal Reserve sta muovendo i primi passi verso un ciclo di rialzo dei tassi di interesse, senza contare che, se il miglioramento del sentiment generale dovesse portare ad un'accelerazione della crescita, Washington potrebbe addirittura pensare ad un alleggerimento del suo bilancio. Un'azione che segnerebbe una stretta monetaria sia convenzionale sia non convenzionale.
In Europa la situazione non è così diversa. La Bce sta riducendo la portata del suo programma di acquisto e il salire dell'inflazione ha fatto crescere i toni dei falchi dell'Eurotower, lasciando presagire una presa di posizione all'orizzonte. Infine, persino la People Bank of China (PBOC) si è orientata verso una stretta, anticipando tutti, quest'anno, nel rialzo dei tassi. La politica monetaria accomodante da parte delle banche centrali è stato uno dei principali fautori del ritorno alla stabilità, sia sul fronte macro sia sui mercati.
Il cambio di direzione, quindi, avrà un inevitabile impatto sul rapporto di rischio macroeconomico, il cui effetto dipenderà dalle interazioni tra la politica monetaria e quella fiscale, in particolare negli Usa. La crescita oggi è molto più debole di quanto non fosse prima della crisi e l'incertezza politica sta facendo traballare i fondamentali macroeconomici. Per questo motivo, molti investitori sperano che gli interventi fiscali bilancino le decisioni delle Banche centrali, lasciano così il livello di rischio inalterato. Questa la teoria: il supporto fiscale rimpiazzerà quello degli Istituti centrali, in una spirale che porterà ad ulteriore crescita e a un ulteriore rialzo del valore degli asset.
Ipotesi interessante, ma solo un pio desiderio: nella congiuntura attuale gli interventi fiscali non riducono il rischio macro e di mercato. Al contrario, aprire i rubinetti fiscali aumenta il rischio quando l'economia viaggia a piena capacità: mette il seme per un'accelerazione che forza le banche centrali a stringere di più. Si deve ricordare che le aspettative di un ammorbidimento fiscale sono la ragione chiave che sta spingendo la Fed ad agire.
Politiche monetarie e fiscali sono complementari, non sostituibili: se uno stimolo significativo dal punto di vista fiscale dovesse avvenire negli Stati Uniti, la reazione della Fed sarebbe inevitabile, stretta che, nello scenario migliore, neutralizzerebbe l'effetto dell'aumento della spesa. Nel caso peggiore, invece, questo strangolerebbe la ripresa del settore privato: il mondo è pervaso di debito, fattore che amplifica gli impatti negativi di un inasprimento delle politiche monetarie. L'ottimismo dei mercati, perciò, è fuori luogo.

Tutto considerato, la risposta è una: meno è meglio. Il dominio fiscale è una soluzione pericolosa al tramonto del dominio delle banche centrali, poiché causerebbe un deterioramento del rapporto di rischio che forzerebbe la mano agli Istituti. Quindi, per i governi sarebbe più saggio evitare di mettere una significativa mano al portafogli, nonostante la delusione che questo potrebbe causare nel breve termine.

Witold Bahrke, Senior Macro Strategist di Nordea Asset Management
 



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