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   numero di 22/03/2017
Idee e opinioni

Cala in Italia e a livello globale la fiducia nel futuro 
Secondo l'Edelman Trust Barometer cresce l'incertezza: che fare per invertire la tendenza?

Viviamo in un mondo che dimostra di avere sempre meno fiducia nel futuro. Eppure il progresso tecnologico dovrebbe dire il contrario. La fotografia che emerge dalla 17ma edizione dell'Edelman Trust Barometer, la più completa indagine al mondo sulla fiducia (condotta in 28 paesi su un campione di 33.000 persone) verso media, governo, aziende, associazioni non governative) getta ombre e luce su come i manager vedano il futuro che ci attende e che tutti noi in piccola parte concorriamo a determinare.
L'indice globale Trust index ha perso 3 punti rispetto alla scorsa edizione (da 50 è passato a 47) e cala in 21 dei 28 stati esaminati dalla ricerca. L'Italia non fa eccezione anche se il nostro Paese ha perso un solo punto passando da 48 a 47 ed è secondo in Europa dopo l'Olanda, con i media e le aziende che perdono fiducia (in calo di due punti rispetto allo scorso anno) mentre migliorano la propria posizione (un punto guadagnato) associazioni non governative e governo.
Élite e opinione pubblica nel mondo (e in Italia) sono sempre più distanti: cresce ulteriormente la differenza nel grado di fiducia tra la parte del campione denominata "informed public" (un pubblico d'élite con età compresa tra i 25 e i 64 anni, alto reddito e grado d'istruzione universitario, consumatori di notizie e coinvolti nella vita economica e politica del Paese) e la "mass population" (il resto della popolazione).
Gli Stati Uniti guidano questa speciale classifica con 21 punti di differenza (+2 rispetto allo scorso anno), seguiti da Regno Unito (19, +2) e Francia (18, +2). L'Italia non fa eccezione con un gap di 14 punti che cresce di 3 rispetto alla scorsa edizione anche se le élite nel 2017 hanno un grado di fiducia maggiore di 3 punti rispetto allo scorso anno.
Su scala globale la fiducia cala per tutte le singole categorie esaminate, con i media che scendono di ben 5 punti rispetto allo scorso anno. Tuttavia, quello che deve spingere a riflettere, è il crollo della fiducia nei confronti degli amministratori delegati che su scala globale perdono ben 12 punti (10 in Italia). Una crisi notevole se si pensa che in Italia solo il 28% del campione pensa che gli amministratori delegati siano credibili (al di sotto della media globale del 37%) con i rappresentanti delle istituzioni credibili per il 30% del campione, in linea con la media globale ma in calo di 6 punti rispetto all'anno precedente. Contrariamente, 60% del campione si fida di "una persona come loro" - allo stesso livello di un esperto o di un accademico. E l'Italia non si discosta dalla media mondiale: 56% "le persone come te", 53% gli accademici.
Occorre quindi interrogarsi su quali siano i driver attraverso i quali invertire questa tendenza.
L'aria di sfiducia nel sistema che si respira in Italia è preoccupante: il 72% degli italiani interpellati pensa non funzioni. E' un dato che ci pone ai vertici dell'indagine.
Il 53% dei 33.000 partecipanti all'indagine pensa che il sistema nel suo complesso non funzioni più (è ingiusto e offre poche speranze di miglioramento in futuro) mentre solo il 15% crede che stia ancora funzionando e gli altri (circa un terzo) sono incerti. E queste percentuali non cambiano di molto a seconda del livello sociale o culturale degli intervistati.
In Italia, nonostante l'indice di fiducia abbia perso un solo punto e 2 categorie su 4 abbiano guadagnato terreno, la fiducia nel sistema nel suo complesso (giustizia sociale, speranza nel futuro, senso di fiducia) è a livelli molto bassi: solo il 4% del campione ha fiducia, il 24% è incerto e addirittura il 72% si dichiara convinto che il sistema abbia fallito, un record assoluto condiviso con la Francia. In testa alle preoccupazioni degli italiani ci sono la corruzione (86% del campione) e la globalizzazione (73%). Un'anticipazione di quello che potrebbe avvenire nel segreto dell'urna?
Anche quest'anno in Italia e nel mondo le aziende si collocano al secondo posto come indice di fiducia su scala globale tra le quattro categorie, seconde solo alle NGO. Inoltre l'Italia è il secondo paese in Europa con maggior fiducia nel business dopo l'Olanda. Il 78% degli italiani infatti crede che le aziende possano compiere azioni specifiche mirate non solo al profitto ma anche alla crescita economica e sociale delle comunità in cui operano e il business è la categoria con maggiore fiducia tra gli italiani che sono incerti sul corretto funzionamento del sistema.
Non manca però la diffidenza: 3 italiani su 5 sono contro gli accordi di libero scambio perché danneggiano i lavoratori locali, il 77% pensa che si debbano privilegiare gli interessi nazionali a scapito di quelli del resto del mondo e addirittura l'84% pensa che il governo debba proteggere i lavoratori e l'industria locale anche se questo comporta una crescita più lenta dell'economia. Gli italiani chiedono anche controlli più severi per le aziende: il 90% del campione chiede per esempio maggiori regole per l'industria farmaceutica e il 70% non è d'accordo sul fatto che le riforme dei mercati finanziari abbiano aumentato la stabilità economica. Se si considera la paura di perdere il lavoro, la prima motivazione è il trasferimento verso paesi con costo del lavoro più basso (87%), al secondo posto i competitor stranieri e solo al terzo posto gli immigrati con il 67%. Da rilevare che in Italia il 68% crede che la globalizzazione non stia andando nella direzione giusta, un dato nettamente superiore al 50% della media globale.

Emblematico, infine, il giudizio degli italiani sui social media: 11 punti persi rispetto all'anno scorso. La fiducia nei media su scala globale è scesa di 5 punti al 57%, il declino maggiore tra le tutte le categorie dal 2012. Gli italiani sono meno fiduciosi nei media come istituzione rispetto allo scorso anno con 2 punti persi ed i social media fanno peggio di tutti con 11 punti in meno e diventano la fonte d'informazione con meno credibilità. In testa alla classifica i motori di ricerca, seguiti dai media che operano solo online. Al terzo posto i media tradizionali che continuano nel trend di crescita iniziato nel 2013 e guadagnano 8 punti rispetto allo scorso anno.
Leggendo tutto questo forse si capiscono molte cose, tra cui il desiderio di molti giovani di andare a studiare e lavorare all'estero?

@federicounnia - Consulente di comunicazione



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