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   numero di 28/10/2015
Idee e opinioni

Food: sui marchi di qualita' giungla di norme
Desta interesse il fenomeno dei segni di qualità ideologica come, per esempio, quelli derivanti dalle prescrizioni alimentari di talune religioni o da alcuni precetti di stampo salutista. Un altro punto nodale sono le discipline per IGP e DOP

Di cibo e del valore dell'industria agroalimentare in Italia si parla da molti mesi, soprattutto in concomitanza con Expo.
Secondo un recente studio presentato dalla Camera di Commercio di Milano sono 53 mila le imprese nel settore agroalimentare in Lombardia con 120 mila addetti su 1 milione in Italia. In Lombardia, di queste, 46 mila sono nell'agricoltura e 6 mila nell'industria alimentare e delle bevande. Tiene il settore per numero di imprese tra il 2014 e il 2015. Emerge da un'elaborazione della Camera di commercio di Milano sui dati del registro delle imprese e Istat al 2014 e 2015. In Lombardia Brescia ha 11 mila imprese e 18 mila addetti, Milano 5 mila con 31 mila addetti, Mantova 8 mila imprese, con 14 mila addetti, Pavia 7 mila imprese con 8 mila addetti, Bergamo 6 mila imprese con 11 mila addetti, Cremona 4 mila imprese con 11 mila addetti.
Economicamente questo settore nei primi sei mesi del 2015 ha generato solo per la Lombardia un export di 1,3 miliardi, su un totale italiano di 9 miliardi, in lieve crescita rispetto all'anno scorso. L'import regionale è di 2,5 miliardi su un totale nazionale di 10 miliardi. Milano in sei mesi ha importato per quasi un miliardo ed esportato per 399 milioni. Lodi ha importato per 243 milioni e Brescia per 217. Per l'export, Bergamo ha avuto un business estero per 152 milioni, Mantova di 144, Brescia e Pavia di oltre 120. La Lombardia esporta circa 250 milioni di euro sia negli altri prodotti alimentare che nei lattiero caseari, 215 milioni nelle bevande e circa 150 milioni nei prodotti da forno e nella carne lavorata. La maggior parte dell'export va nei paesi dell'Unione Europea, novecento milioni, 140 milioni verso l'America, 110 milioni verso l'Asia, 24 milioni verso l'Africa, 24 milioni verso l'Oceania.
Un business quindi stabile e dalle interessanti prospettive che, e qui viene un punto, deve confrontarsi con la tutela dei segni distintivi di qualità. L'interesse alla realizzazione di un mercato trasparente richiede un progressivo affinamento delle tecniche di comunicazione delle caratteristiche dei prodotti e una protezione giuridica.
Il diritto della proprietà intellettuale, ed in particolare dei segni distintivi, costituiscono un pilastro importante per un efficace sistema di controllo della trasparenza della comunicazione. Nel settore alimentare i consumatori sono sempre più interessati a conoscere molteplici ed eterogenee qualità. Il diritto della proprietà intellettuale ha portato alla nascita e alla tutela di numerose tipologie di segni distintivi, che valorizzano non solo le intrinseche caratteristiche e provenienza geografica dei cibi, ma anche alla loro "sostenibilità" sociale.
La ricostruzione del quadro complessivo del diritto dei segni distintivi nel settore alimentare, l'interesse a preservare e promuovere la specificità delle tradizioni locali, e lo sviluppo della concorrenza su un mercato globalizzato sono alcuni dei temi trattai nel corso dell'incontro svoltosi a Milano su "Segni di qualità del cibo e proprietà intellettuale".
Il convegno, promosso da Aida - Annali italiani diritto d'autore con il patrocinio di Expo e in collaborazione con la Commissione UE Rappresentanza di Milano, ha permesso di tratteggiare un quadro completo delle tipologie di segni utilizzati nel settore alimentare, nonché degli interessi che ne hanno giustificato la protezione a livello internazionale, europeo e nazionale, evidenziando problemi e conflitti di un sistema non sempre adeguatamente "meditato" e coordinato ai vari livelli di legislazione.
"Un punto nodale sono le discipline per IGP e DOP. Su un totale di 1239 fra IGP e DOP complessivamente registrate ad oggi a livello comunitario, 272 (pari a circa il 22%) concernono prodotti italiani. Altre 220 (pari al 17,7%) appartengono alla Francia, e 179 (pari al 14,4%) sono spagnole. Una predominanza assoluta del sud Europa, e in particolare dell'agricoltura mediterranea, se consideriamo che la Germania rappresenta soltanto il 6,7% (pari a 83) delle DOP e IGP registrate, e la Svezia, ad esempio, solo lo 0,4% (con 5 fra DOP e IGP registrate fino ad oggi)" ha ricordato Paolo Borghi, Università di Ferrara - Studio Food -law.it, citando dati della Commissione Europea.
Se la finalità dei segni di qualità è certamente quella di tutelare tanto i concorrenti quanto i consumatori, il proliferare di questi segni ha un impatto anche in termini economici.
Secondo Marco Boccaccio, Professore ordinario di Scienza delle finanze all'Università di Perugia il diffondersi di questi segni determina anche una crescita economica frutto della maggiore reputazione di cui finiscono per giovarsi sia i territori di riferimento sia le stesse materie prime che concorrono a crearli. "Sono dati significativi per avere un'idea degli effetti generali sui prezzi della tutela. É il caso dell'andamento dei prezzi del vino francese, ove si è registrato un incremento del 10% per cento dei vini "protetti" rispetto a una riduzione del 30 per cento dei vini non protetti in un periodo che va dagli anni '60 alla fine del secolo scorso. Si consideri che vini e formaggi hanno una tutela più intensa. Per quanto riguarda altri effetti di prezzo si può citare il prezzo dei polli "Poulet de Bresse" che è quattro volte maggiore di quello dei polli generici. Oppure dell'olio "Riviera ligure" che è superiore del 30% rispetto all'olio "anonimo", il formaggio Roccaverano ha visto un incremento di prezzo del 100%. Occorre però valutare caso per caso se l'incremento di prezzo rifletta solo una migliore valutazione della qualità dei prodotti tutelati oppure, almeno in parte, sia conseguenza di un certo potere di mercato conferito dalla tutela stessa".
Un settore in forte espansione è quello dei cosiddetti segni di qualità ideologica, verso cui guardano tanto i consumatori più sensibili e responsabili, quanto le imprese. "Per segni di qualità ideologica in senso lato si possono - ma ricordiamo che non è la legge ad usare questa espressione - intendere i segni che fanno riferimento al rispetto di regole e precetti nella preparazione o produzione di alimenti", ha sottolineato Rosaria Romano, Professore associato Università G. d'Annunzio di Chieti-Pescara.

Precetti e regole di matrice ideologica, sono, ad esempio, quelli derivanti dalle prescrizioni alimentari di talune religioni (ebraica e musulmana) o da talune prescrizioni di stampo salutista, come nel caso delle regole alimentari del veganesimo, o da regole alimentari dettate da certe patologie (celiachia o diabete, anche se in tal caso non si tratta di riferimento ad una ideologia in senso stretto), o anche segni che evocano attenzione alla produzione nel rispetto di principi sociali e solidaristici (per esempio, segni del commercio equo e solidale).
"Per le imprese questi segni presentano il vantaggio di poter segnalare ai consumatori il rispetto di certe regole e precetti nella preparazione e produzione di alimenti. Per i consumatori il vantaggio offerto da questi segni consiste nel poter scegliere in misura più consapevole" aggiunge. Per esempio vi sono marchi che indicano l'assenza di glutine nei prodotti, o l'assenza di derivati di origine animale o la conformità alle tecniche di macellazione kosher o halal.
"I rischi per i consumatori potrebbero essere nell'assenza di adeguati strumenti di controllo sull'effettivo rispetto delle regole in questione. In ogni caso, il codice della proprietà industriale offre strumenti per prevenire tali rischi e sanzionare segni ingannevoli, come la decadenza per decettività o la disciplina delle pratiche commerciali scorrette" conclude Romano.

Federico Unnia, Consulente in comunicazione



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