Editoriale
Se l'AI distrugge la domanda
Due notizie apparentemente lontane tra loro, ma che in realtà esemplificano una situazione cui si sta andando incontro.
Da un lato, diverse analisi di mercato stimano che Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta possano arrivare a investire complessivamente tra i 600 e i 700 miliardi di dollari all'anno per sostenere l'espansione dell'infrastruttura AI. Peraltro indebitandosi oltre le proprie capacità patrimoniali.
Dall'altro, le grandi aziende automobilistiche europee, persino le stesse Big Tech USA, oltre che quelle di produzione varie (elettrodomestici ecc.), licenziano il personale a botte di decine se non centinaia di migliaia. Lasciando intere fasce di popolazione senza lavoro.
In pratica significa che i benefici della maggiore produttività non sono ancora arrivati né alle imprese né ai lavoratori.
Non ci troviamo davanti alla famosa (per gli economisti) "pausa di Engels", dettata dal ritardo con cui i guadagni di produttività della prima rivoluzione industriale si tradussero in salari più alti. No, qui si sta correndo verso un paradosso, messo in luce dall'ultimo report della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS). "Se i computer sostituiranno l'uomo in un numero sempre maggiore di mansioni cognitive, chi acquisterà i beni e i servizi prodotti da queste stesse macchine? Il pericolo concreto è una drastica frenata dei consumi privati, che oggi rappresentano oltre la metà del Prodotto Interno Lordo (PIL) nei paesi avanzati", spiega in sintesi il report.
La BIS ha sollevato un dubbio macroeconomico che pesa come un macigno sul futuro delle imprese in Europa e negli USA. L'idea che le macchine possano fare tutto meglio di noi è affascinante, ma nasconde una trappola strutturale che potrebbe soffocare lo sviluppo del business. Se l'automazione e mercato del lavoro procedono verso una sostituzione massiccia della manodopera umana, il rischio è che si verifichi uno spostamento di ricchezza senza precedenti dai lavoratori ai proprietari delle tecnologie. Un software non percepisce uno stipendio, non paga un mutuo e non decide di cambiare l'auto ogni tre anni. Questo significa che un lavoratore sostituito da un sistema di AI smette istantaneamente di essere un ingranaggio attivo del consumo. L'impatto economico AI si manifesta così in modo brutale: la base dei consumatori si restringe e le aziende finiscono per trovarsi davanti a un muro invalicabile. Immaginate una fabbrica perfetta, gestita da algoritmi infallibili, che produce migliaia di pezzi al secondo per un mercato che non ha più i soldi per comprarli. Sarebbe come costruire il ristorante più veloce del mondo in una città dove nessuno ha più fame, o meglio, dove nessuno può più permettersi il menu. Le imprese si renderanno conto molto presto che il mercato futuro è asfittico. La mancanza di acquirenti reali porterà i vertici aziendali a una decisione drastica: interrompere gli investimenti in innovazione. La produttività globale non si fermerebbe quindi per un limite fisico o tecnologico, ma per un banalissimo collo di bottiglia della domanda interna. Il profitto potenziale svanisce se non c'è nessuno che passa fisicamente o virtualmente alla cassa, rendendo inutili anche i più sofisticati sistemi di eCommerce. Si sta delineando un circolo vizioso che le autorità monetarie internazionali come la BIS guardano con estrema preoccupazione:
- Investimenti massicci in AI;
- Taglio drastico del costo del lavoro;
- Meno reddito distribuito ai lavoratori e ai consumatori;
- Crollo della domanda nel mercato interno;
- Blocco totale degli investimenti futuri.
L'efficienza rischia di diventare il peggior nemico del fatturato. Senza una redistribuzione o una riflessione su come mantenere vivo il potere d'acquisto, la corsa all'oro tecnologico potrebbe trasformarsi in una marcia verso un deserto commerciale. Certo, è ironico pensare che stiamo spendendo miliardi per creare sistemi capaci di rimpiazzare l'unica categoria di esseri viventi che tiene in piedi l'economia con i propri acquisti compulsivi. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modello di distribuzione della ricchezza che ne deriva. Se il capitale si concentra solo nelle mani di chi possiede i server, il resto del sistema economico deperisce. Le aziende che oggi puntano tutto sull'efficienza estrema potrebbero scoprire che hanno ottimizzato la produzione per un cliente che non esiste più. Nondimeno, il mercato ha sempre trovato nuovi equilibri, ma questa volta la velocità del cambiamento non concede il lusso di una transizione lenta. La logica del profitto immediato rischia di divorare le basi stesse della crescita futura, trasformando l'innovazione in un paradosso dove l'unico vincitore è un database vuoto.
Claudio Gandolfo

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