Gigi Beltrame
L'AI non elimina i lavori: li smonta e li rimonta
l'AI distruggerà milioni di posti di lavoro? forse c'è qualcosa di diverso da raccontare
La verità è più complicata, più interessante e, per certi versi, molto più esigente. L'AI non entra quasi mai in un'azienda come un bulldozer che rasa al suolo una professione intera. Non funziona così. Funziona più come un bisturi: entra dentro le mansioni, taglia alcune componenti, ne ridisegna altre, sposta il peso delle competenze richieste. Le professioni non vengono cancellate in blocco, vengono scomposte e ricomposte. E questa distinzione non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra capire cosa sta succedendo e restare fermi a guardare.
Pensateci un momento. Un avvocato che vent'anni fa passava metà delle sue giornate a fare ricerca su precedenti giurisprudenziali, oggi può delegare quella parte a un sistema di AI in pochi secondi. Quella mansione è "distrutta"? In un certo senso sì. Ma il suo lavoro è scomparso? No. Si è spostato. Adesso quella persona può dedicare più tempo al ragionamento strategico, alla relazione con il cliente, all'interpretazione del contesto. L'AI ha tolto il lavoro meccanico e ha liberato spazio per quello ad alto valore. Sempre che quell'avvocato abbia scelto di riempire quello spazio, invece di aspettare che qualcun altro lo facesse al posto suo.
Ecco il punto che pochissimi mettono davvero a fuoco: una stessa tecnologia può produrre effetti occupazionali opposti, a seconda di come viene usata. Non è la potenza dello strumento a fare la differenza. È la strategia con cui lo inserisci nei processi.
Prendiamo un caso concreto. Un'azienda di medie dimensioni introduce un sistema di AI per la gestione delle richieste dei clienti. Può farlo in due modi. Primo modo: riduce il personale del customer service, abbassa i costi, aumenta il margine. Fine. Secondo modo: libera quelle persone dalle richieste più semplici e ripetitive, le sposta su attività più complesse, personalizza il servizio, entra in segmenti di mercato che prima non riusciva a coprire, costruisce relazioni più profonde con i clienti. Nel primo caso la tecnologia è uno strumento difensivo, forse anche predatorio verso i propri dipendenti. Nel secondo diventa un motore di crescita. Stessa AI. Risultati opposti. La variabile non è la macchina: siete voi, è l'organizzazione, è la visione strategica di chi decide come usarla.
Vi assicuro che questa non è una distinzione accademica. È la domanda che ogni imprenditore e ogni manager dovrebbe porsi adesso, non tra cinque anni quando il mercato avrà già deciso per loro.
Per l'Italia, questo passaggio è particolarmente delicato. E qui devo essere diretto, anche un po' scomodo. Il nostro sistema produttivo ha risorse straordinarie: competenze tecniche diffuse, saperi artigianali e professionali costruiti nel tempo, capacità di adattamento coltivate dentro filiere, distretti, servizi avanzati. Abbiamo un patrimonio di conoscenza pratica che molti paesi ci invidiano. Eppure, spesso, facciamo fatica a trasformare tutto questo in modelli organizzativi capaci di assorbire davvero le nuove tecnologie, senza ridurle a semplici acceleratori dell'esistente.
Ed è qui che casca l'asino, come si dice. Se inserisci l'AI dentro processi rimasti identici a venti anni fa, ottieni processi identici a venti anni fa, solo più veloci. Qualche costo in meno, qualche mansione intermedia sotto pressione, e poco altro. Nessuna trasformazione reale. È come comprare una Formula 1 e usarla per fare le consegne sotto casa: lo strumento è potentissimo, ma il contesto non ti permette di esprimerne nemmeno il dieci percento.
Se invece l'introduzione dell'AI viene accompagnata da una vera riorganizzazione del lavoro, allora il quadro cambia radicalmente. Le persone si spostano verso attività a maggior valore, nascono ruoli di raccordo tra competenza tecnica e conoscenza del cliente, si rafforzano le funzioni di controllo, interpretazione e governo dei dati. Si crea qualcosa di nuovo. Non si comprime soltanto l'esistente.
La domanda giusta
Allora la domanda non è: "L'AI creerà o distruggerà lavoro?". Quella è la domanda sbagliata, o almeno incompleta. La risposta onesta è: farà entrambe le cose. Con intensità diverse, in settori diversi, con tempi diversi. E il fattore determinante non sarà la tecnologia in sé, ma la qualità delle decisioni che prenderemo intorno ad essa.
A quali condizioni la produttività aggiuntiva generata dall'AI potrà trasformarsi in nuova occupazione, invece di tradursi soltanto in riduzione dei costi? Dipende dalle strategie delle imprese. Dipende dalla capacità dei sistemi formativi di dialogare davvero con i luoghi di lavoro, non di rincorrerli con dieci anni di ritardo. Dipende dalla qualità delle relazioni industriali e dalle politiche pubbliche nel sostenere transizioni che, lo ricordo, sono già iniziate. Non stiamo parlando di scenari futuri. Stiamo parlando di adesso.
L'intelligenza artificiale non genererà nuova occupazione per effetto automatico della tecnologia. Non esiste nessun meccanismo magico che trasforma la potenza computazionale in posti di lavoro. Genererà occupazione se e soltanto se verrà usata per aumentare il valore del lavoro umano. Per renderlo più ricco, più significativo, più difficile da replicare. Non per ridurne semplicemente il costo.
Chi sceglie la seconda strada, oggi, costruisce un vantaggio competitivo che sarà molto difficile da colmare tra qualche anno. Chi aspetta, o chi usa l'AI solo come strumento di taglio, rischia di ritrovarsi con processi più veloci ma con un'organizzazione più fragile, meno capace di adattarsi, meno attrattiva per le persone migliori.
La tecnologia, come sempre, è neutrale. Siete voi a decidere cosa farne.

Sommario del magazine di questa settimana
Idee e Opinioni
Fare Business
Marketing
Digital Business
Finanza e investimenti
Sport Business
Leisure
BusinessCommunity.it - Supplemento a G.C. e t. - Reg. Trib. Milano n. 431 del 19/7/97
Dir. Responsabile Gigi Beltrame - Dir. Editoriale Claudio Gandolfo
Politica della Privacy e cookie