BCE: quando il dogmatismo oscura la realtà
L'eredità di Mario Draghi sembra oggi un eco lontano tra le mura di Francoforte, dove la politica monetaria BCE pare aver imboccato un sentiero fatto di vecchi timori e nuove rigidità. Il rapporto sulla competitività europea presentato dall'ex premier italiano nel settembre 2024 è rimasto, finora, una splendida architettura teorica senza applicazioni pratiche. Pare quasi che le istituzioni dell'Europa abbiano una predilezione genetica per i documenti voluminosi da dimenticare in fretta nei cassetti di Bruxelles. Il pragmatismo che ha salvato l'euro anni fa è stato sostituito da un dogmatismo che guarda più ai libri di testo che alla realtà dei mercati. La BCE, concentrata sul rincaro energetico alimentato dalle tensioni in Iran, rischia di ricalcare le orme di Jean-Claude Trichet (quello che "La Francia è la Francia" e quindi può sforare tutti i parametri quando vuole), ignorando il solco innovativo tracciato negli anni del "whatever it takes". Del resto la fobìa tedesca per l'inflazione è atavica e provoca l'effetto del crocefisso con i vampiri. Non è un caso che l'unico compito della BCE sia tenere il tasso d'inflazione intorno al 2% e stop, a differenza di tutte le altre banche centrali, che hanno competenze su occupazione e politica monetaria, tanto per far qualche esempio.
In questo quadro, l'Italia chiede la sospensione del Patto di stabilità a causa del caro energia che mette in ginocchio imprese e famiglie. Mentre i dati PMI di maggio segnalano nubi pesanti sull'Eurozona, le voci che arrivano dal consiglio direttivo non accennano a riflessioni più morbide. Olli Rehn, governatore della Banca centrale di Finlandia, ha espresso una posizione netta (e ottusa): "la BCE sarebbe certamente costretta ad aumentare i tassi di interesse per tutelare la sua credibilità". È una dichiarazione che suona come un monito, ma nasconde il pericolo di un cortocircuito storico. Per non ripetere il ritardo del 2022 nel contrastare l'inflazione, Francoforte sembra disposta a rimettere in scena i passi falsi del 2008 e del 2011 e casualmente a capo di tutto c'è ancora una francese, Lagarde. In quelle occasioni, il costo del denaro fu alzato proprio mentre l'economia frenava, usando il prezzo del greggio come bussola principale. Quegli errori portarono a una recessione dolorosa e a un decennio di crescita piatta per l'Europa. Sono state manovre procicliche quando occorrevano decisioni contrarie.
Nessuna evidenza macroeconomica solida giustifica oggi una tale aggressività sui tassi di interesse Eurozona. La situazione è profondamente diversa rispetto ad anni fa:
- lo shock dell'offerta non trova una sponda in una domanda interna forte;
- il mercato del lavoro mostra segnali di stanchezza;
- il punto di partenza della crescita dei prezzi è sensibilmente ridotto;
- i tassi reali si trovano finalmente in territorio positivo;
- il PIL del primo trimestre ha segnato un misero 0,1%. Prima del conflitto in Ucraina, il tasso di deposito della BCE era fermo al -0,5%. Oggi il contesto finanziario si è già inasprito autonomamente. Il rendimento del decennale della Germania è tornato stabilmente sopra il 3%, mentre le banche stringono i cordoni della borsa. Secondo i rilievi interni della BCE, l'inasprimento del credito per le imprese ha raggiunto livelli simili a quelli visti durante la crisi del 2022. Alzare ancora i tassi ora, con un rischio recessivo che bussa alla porta, appare una scelta priva di logica economica. Se è vero che le famiglie temono il caro vita quando vedono i prezzi alla pompa salire, le aspettative di mercato a lungo termine rimangono ancorate. Gli swap sull'inflazione a 5 anni indicano che gli investitori non hanno perso la bussola. Ma la BCE sì.
Claudio Gandolfo

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