Editoriale - UE: quando l'ideologia contabile ignora il realismo economico
A Cipro la premier Giorgia Meloni ha lanciato un segnale chiaro sulla necessità di una reazione comunitaria più decisa contro il rincaro dei combustibili fossili e l'instabilità delle rotte commerciali. Il sostegno ricevuto da Pedro Sánchez dimostra che la preoccupazione per la competitività industriale non è un tema isolato ma un'esigenza condivisa da gran parte dell'area mediterranea. Non si tratta di una semplice richiesta di aiuti, ma della consapevolezza che uno shock energetico esterno richieda strumenti flessibili per evitare che il tessuto produttivo si sgretoli sotto il peso dei costi fissi. L'equità economica tra gli stati membri passa oggi attraverso la capacità di rispondere a eventi che sfuggono al controllo dei singoli governi. Eppure la resistenza dogmatica dei Paesi del rigore resta solida. E la Francia, grazie anche al nucleare, potrà allegramente fare un deficit superiore al 5% senza che nessuno dica nulla.
Germania, Olanda e il blocco dei cosiddetti "frugali" continuano a difendere una visione austera delle regole fiscali. Il loro timore è che l'eccezione diventi la norma, trasformando la gestione dell'emergenza in una spesa strutturale fuori controllo. Questa posizione appare però rischiosa perché ignora quanto i costi dell'energia incidano sulla capacità di crescita nel lungo periodo. Proteggere i bilanci oggi sacrificando le imprese domani è un paradosso contabile che rischia di indebolire l'intera Unione Europea. La discussione è stata spesso mal interpretata, quasi si cercasse una scusa per sforare il debito senza criterio. La realtà è ben diversa: nessuno chiede di annullare il Patto di stabilità come accaduto durante la pandemia di Covid. Quella fu una crisi simmetrica che colpì tutti nello stesso modo e nello stesso momento. Per una volta tutti i Paesi erano nella stessa barca (che affondava).
Il caro bollette agisce invece in modo asimmetrico. Colpisce più duramente chi ha una manifattura pesante o chi dipende maggiormente dalle importazioni di gas, creando disparità pericolose nel mercato unico. Per questa ragione la strategia più logica risiede nell'attivazione delle clausole di salvaguardia previste dalla nuova governance economica europea. L'articolo 26 del quadro regolatorio offre la possibilità di deviare dai percorsi di rientro del debito quando si verificano eventi eccezionali e imprevedibili. Lo shock energetico rientra perfettamente in questa categoria: è un fattore esogeno legato alle tensioni geopolitiche globali e non a una cattiva gestione del bilancio nazionale. Usare questi meccanismi non significa avere una licenza di spesa illimitata. Al contrario, si tratta di un intervento chirurgico e temporaneo per salvaguardare la continuità aziendale e i posti di lavoro in settori strategici.
Esiste un precedente che rende difficile giustificare il no alla flessibilità energetica: la difesa. Diversi stati hanno già ottenuto margini di manovra per aumentare gli investimenti militari senza subire sanzioni contabili. Per esempio, la Spagna spenderà il 50% in più e non verrà contabilizzato. Se la sicurezza dei confini giustifica una deroga, la sicurezza energetica dovrebbe godere dello stesso status. Senza energia a prezzi competitivi l'autonomia strategica della UE resta un concetto astratto. Il vero problema è che l'attivazione di queste clausole dipende dalla valutazione della Commissione di Bruxelles. I termini usati nei trattati sono vaghi: parlano di "grave rallentamento" o "circostanze eccezionali", lasciando spazio a un'interpretazione politica che spesso penalizza la certezza del diritto.
Sembra quasi che per i burocrati europei un serbatoio vuoto sia meno urgente di un modulo compilato male.
Questa incertezza genera un paradosso dove le regole nate per dare stabilità finiscono per alimentare il caos. Quando si deve finanziare il riarmo la flessibilità appare quasi per magia, ma quando si tratta di sostenere le famiglie e la manifattura contro il caro gas la prudenza torna sovrana. Si promettono verifiche e si rinvia ogni decisione ai tavoli dell'Ecofin, dimenticando che i tempi della burocrazia non sono quelli dell'economia reale. Se il prezzo dell'energia continua a erodere i margini industriali il danno diventerà strutturale. Una volta che una catena produttiva si spezza o una fabbrica delocalizza fuori dall'Europa, recuperare quel valore richiede anni, se non decenni. L'ortodossia fiscale che salva i decimali del deficit rischia di uccidere interi punti di PIL. Non dimentichiamo che gli occhiuti burocrati di Dombrovskis sono quelli cui basta che l'Italia faccia deficit (stimato) del 3,1% per mantenere la procedura d'infrazione alle regole. Neanche che il trattato di Maastricht fosse stato scritto sulle tavole al Monte Tabor. Per lui si interviene solo in caso di recessione, non prima, come ribadito pochi giorni fa. Oltre che miopia e malafede ci vuole una sottile vena di sadismo...
Prevenire il declino industriale oggi costa molto meno che riparare i danni di una recessione domani. Ogni settimana di attesa si traduce in potenziali chiusure e perdita di quote di mercato a favore di USA o Cina. Il vertice di Cipro ha confermato che gli strumenti tecnici esistono ma manca la volontà politica di usarli in modo equo. Finché la discrezionalità della Commissione sarà legata agli equilibri di potere tra nord e sud la governance economica europea sarà percepita come un sistema parziale. Un progetto comune non può reggersi solo sui rapporti di forza. Quando l'ideologia contabile ignora il realismo economico a perdere non è un singolo Paese ma la credibilità dell'intero sistema continentale.

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