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29/04/2026

leisure

Gigi Beltrame

Il costo nascosto della leadership sotto pressione

Uno studio BCG rivela: senza energia e recupero, le decisioni peggiorano

Quando si parla di ciò che rende un CEO davvero efficace, il dibattito finisce quasi sempre sulle stesse parole: visione, strategia, capacità di innovare. Raramente si nomina il fattore che forse più di tutti condiziona le decisioni di un leader: il suo stato fisico e mentale.
Eppure i dati parlano chiaro. Una ricerca di Boston Consulting Group mostra come le performance della leadership siano direttamente legate alla capacità di gestire l'energia, non il tempo, e di costruire cicli di recupero autentici. La differenza tra un CEO che "regge" e uno che "performa" nel lungo periodo sta tutta qui.

Prendiamo un esempio concreto. Immaginate un CEO alle prese con un'acquisizione strategica da chiudere in 90 giorni: board da convincere, due diligence da supervisionare, comunicazione al mercato da gestire. La tentazione naturale è quella di moltiplicare le riunioni, restare connesso 16 ore al giorno, controllare ogni dettaglio. Ma è esattamente in quel momento che il burnout produce il danno peggiore: non il crollo fisico, che arriva dopo, ma il deterioramento silenzioso della qualità del pensiero strategico, settimane prima.
Lo studio lo dice chiaramente: il burnout non è solo una crisi personale, è un rischio organizzativo. Decisioni più deboli si traducono in una cultura del panico che si propaga verso il basso, spesso senza che nessuno riesca a identificarne la causa. L'ipercontrollo, la frenesia costante, l'incapacità di staccare anche solo per qualche ora: sono tutti meccanismi che amplificano lo stress invece di ridurlo, svuotando le riserve cognitive proprio quando servono di più.

I CEO più performanti, al contrario, ragionano come atleti d'élite: alternano fasi di massima intensità a cicli di recupero programmato. Dormire bene, fare pause strutturate, ritagliarsi momenti di riflessione non sono lussi manageriali. Sono infrastruttura cognitiva. E in un contesto in cui la pressione sul ruolo, tra attivisti azionari e volatilità macro, non ha mai pesato così tanto, questa infrastruttura fa la differenza tra chi decide bene una volta e chi decide bene nel tempo.
Il punto di fondo è questo: la resilienza non è più una qualità caratteriale auspicabile. È un vantaggio competitivo misurabile. E si costruisce ogni giorno, fuori dalla sala riunioni.


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