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29/04/2026

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Come si cambia (per non morire)

La crisi nel Golfo Persico e il blocco del canale di Hormuz hanno riportato con i piedi per terra molti Paesi e ed Enti internazionali. La carenza di petrolio e gas, oltre che ad aver fatto salire i prezzi, ha messo in evidenza che la transizione verso l'energia elettrica è attualmente impossibile. Le fonti alternative non coprono le esigenze di imprese e famiglie se non in quota non significativa, a seconda dei Paesi.
Con l'aggressione da parte di USA e Israele all'Iran, Trump ha ottenuto vari risultati, tra cui: mettere in ginocchio Teheran, privare la Cina del suo principale fornitore di petrolio e gas (dopo lo scippo del Venezuela), attrarre una flotta infinita di petroliere verso i porti americani per acquisire greggio e gas in sicurezza. Basti vedere le superpetroliere vuote che hanno lasciato l'Asia dirette verso gli Stati Uniti passando per il Capo di Buona Speranza, formando una delle più grandi code di navi mai viste in mare. 

Intanto la Cina ha rispolverato il progetto Fuxin: 3,7 miliardi di dollari per trasformare il carbone in gas, come risposta alla sovranità energetica in risposta alla crisi mediorientale. Saranno ben 13 le nuove centrali, con buona pace di chi straparla di emissioni e di politiche green.

Anche la Germania, ormai in recessione profonda e orfana del gas russo, spinge sul carbone e pensa di rimettere in funzione le centrali nucleari (chiuse da poco), su cui spinge forte anche la Francia, che non ha mai abbandonato il programma. Altre nazioni, come la Slovenia, hanno da tempo abbracciato il nucleare.
Solo l'Italia prosegue come se non ci fossero alternative alle nostre forniture fossili. Bisognerebbe invece mandare in soffitta il New Green Deal e al diavolo la Commissione Europea. Tanto il rischio di recessione c'è ugualmente, anzi, è quasi certo secondo le stime di FMI e OCSE.
Costruire una centrale nucleare di ultima generazione richiede circa 5 anni e nel frattempo si potrebbero rimettere in funzione le centrali a carbone, miniere comprese, per arrivare a quella data, visto che con sole e vento otteniamo poco. E se non fosse per una questione ideologica ci sarebbe sempre il gas russo a buon prezzo, ma la Commissione, si è capito, non fa certo gli interessi dei popoli europei. Occorre quindi cambiare rotta.


Per far questo occorre una politica energetica di ampio respiro e che vada oltre gli obiettivi di una legislatura. Negli altri Paesi maggioranza e opposizione si mettono d'accordo per il futuro energetico del Paese, come ricordato recentemente dal Presidente dell'ENI. Da noi sembrerebbe impossibile. Occorrono leadership, competenze e un obiettivo condiviso.
Magari se la necessità inducesse la politica e a ragionare seriamente potremmo dar vita ad un progetto per una indipendenza energetica del Paese. Non contiamoci troppo.
Claudio Gandolfo

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