tipo di cambiamento è la
richiesta di un consulente
che sia più proiettato
verso il futuro della stessa
azienda. Che abbia cioè
più conoscenze dei trend di
mercato, delle tematiche di
economia e management
e quindi che sia una guida,
che dia indicazioni senza
aspettare che vi siano
problemi da risolvere”.
Quello che emerge è
quindi che il Management
Consultant deve, una
volta di più, evolvere verso
una professione a valore
aggiunto, che non solo
vada incontro alle esigenze
delle imprese, proponendo
soluzioni esaustive, ma
che, in qualche modo,
anticipi le loro necessità. “Il
consulente ha proprio come
fattore differenziante da
altre professionalità il fatto di
aiutare il cliente a risolvere
un problema e a risolverlo
stabilmente. Trasferire il
metodo fa sì che il problema
possa essere gestito
internamente, in futuro. La
differenza tra un consulente
e, per esempio, tante figure
che ci sono ora sul mercato,
come ex manager, è proprio
la capacità di trasferire una
metodologia, un approccio
e una conoscenza: non solo
la semplice soluzione, ma
una soluzione che faccia
crescere complessivamente
la capacità manageriale del
contesto”.
Ecco quindi che il ricorso
alla consulenza diventa
non solo un momento di
risoluzione di uno o più
problemi di un’azienda,
ma anche un’occasione
di crescita, da cui trarre
un beneficio strategico
per il futuro. Un approccio
di filosofia che però non
sempre viene intuito e
compreso. Infatti, non
sempre internamente a
un’azienda si prende in
esame questa opzione,
anche a causa di una
carenza di cultura in
materia. “Questo è il nodo
della complicata relazione
tra cliente e consulente.
Un aspetto che ho sempre
teorizzato: non c’è un buon
consulente se non c’è un
buon cliente – afferma
Feltrami -. Il valore si
genera nello scambio e
nell’interazione tra cliente
e consulente. Notiamo che
nel mercato italiano c’è un
problema a relazionarsi
con la consulenza. Se
osserviamo i dati, si rileva
che il mercato italiano
è molto più ristretto (in
percentuale) rispetto a
quello di Francia, Olanda
e Spagna, per esempio.
Questo perché il nostro
tessuto industriale è
composto di Piccole e Medie
Imprese, che spesso hanno
difficoltà a relazionarsi con
la consulenza. Non riescono
a interagire e questo crea
una diffidenza reciproca,