
Dal dopoguerra, le fasi recessive dell’economia italiana, al netto degli effetti di trascinamento, sono durate in media 16 mesi (indice ISAE). Con due eccezioni: quella dei primi anni ottanta (36 mesi) e quella dei primi del 2000 (29 mesi). Il recente ciclo negativo è iniziato nell’agosto del 2007, quando si è registrato l’ultimo picco espansivo, ed è terminato nel maggio 2009, punto di minimo di questa recessione. In tutto, venti mesi: più o meno, la “norma”. Tuttavia, la dimensione della crisi non è stata nella “norma”, anche perché i suoi effetti si sono sommati ad alcune nostre storiche debolezze, aggravando il quadro finale. E i sintetici dati dell’Outlook for Italy dell’Ernst&Young Eurozone Forecast (Spring 2010) ne danno piena contezza. Nel solo 2009, la produzione industriale è caduta del 17,6% portandoci ai livelli della fine degli anni’80, e l’utilizzo della capacità produttiva (utilizzo degli impianti) è caduto al 64,6%, un dato perfino più basso della punta negativa del 1992-1993 che fu del 71,6% e che si riteneva difficilmente superabile. E se guardiamo al PIL, il segno non cambia. Nel solo 2009 esso si è contratto del 5,1% e nell’arco di tutta la crisi è diminuito del 6,4%, riportandoci ai livelli del 2002. La recessione ha cioè “bruciato” trenta trimestri della nostra precedente produzione, e poiché in Francia e Germania ne ha bruciati meno della metà (ISAE), bisogna anche capirne la ragione, che non può essere imputata al solo fatto che la crisi abbia morso un po’ più da noi (-5%) che altrove (-4% nella media dell’Eurozona).
“In realtà – afferma Riccardo Paternò, Presidente Ernst & Young Business School - ciò è accaduto perchè è dagli inizi degli anni ’90 che noi cresciamo a tassi quasi sempre più contenuti rispetto al resto dei Paesi avanzati, per cui le lancette della crisi ci hanno portato più indietro nel tempo. E infatti, secondo il FMI, il PIL pro capite italiano che negli anni ‘90-‘91 era cresciuto del 6% in più rispetto alla media dell’area dell’euro, nel corso dei successivi anni è costantemente diminuito, tanto che nel 2009, fatto pari a 100 il PIL pro-capite della media UE, esso si ferma al 95%, con una perdita di 11 punti percentuali rispetto al 1990. E che la crisi abbia giocato un ruolo rilevante nel portare a galla le nostre debolezze, ce lo confermano anche i dati sul commercio internazionale. Nel 2009 le nostre esportazioni sono cadute del 18% in termini assoluti e dell’1,1% in termini di saldo netto. Naturalmente, il forte apprezzamento reale dell’euro avvenuto fra il 2007 e il 2009 e la generalizzata crisi della domanda mondiale, hanno giocato un ruolo rilevante”.
Gli effetti negativi della recessione trovano infine puntuale riscontro nei dati sul tasso di disoccupazione e sugli investimenti. Il primo è aumentato nel 2009 del 2,5% portandosi al 7,8% complessivo, e gli investimenti sono diminuiti nell’arco di tutta la crisi del 18% (dato ISAE) e del 12,2% nel solo 2009 (EY Eurozone Forecast).
“In questo quadro – continua Paternò - il dato sui conti pubblici, pur se non positivo, è l’unico che ha tenuto. Poiché il nostro considerevole debito pubblico ha indotto il nostro Governo a limitare gli stimoli fiscali, il rapporto deficit/PIL è salito “solo” al 5% circa, preservandoci dal rischio di seguire la Grecia e alcuni altri Paesi europei sulla pericolosa china del dissesto del debito sovrano. Inoltre, come opportunamente messo in evidenza dall’Outlook, il nostro Paese è stato uno dei pochi ad aver fatto segnare nel 2009 un surplus primario dell’1,8% del PIL contro un deficit primario medio europeo dell’1,2%. In poche parole, la velocità del recupero della nostra economia è fortemente condizionata dai nostri mali storici, dalla obbligata necessità di aver limitato al minimo gli stimoli fiscali e da una struttura della nostra specializzazione produttiva che riesce a cogliere solo in parte la dinamica domanda dei Paesi asiatici e di alcuni Paesi emergenti. Nel 2014, in assenza di interventi correttivi di una certa ampiezza, il FMI stima perciò che, fatto pari a 100 il PIL pro-capite della media UE, noi saremo a 90%, contro il ricordato 95% del 2009. E non a caso l’Outlook dà concreta quantificazione di tale ipotesi quando prevede che il PIL italiano crescerà da qui al 2014 a una media di poco inferiore all’1,5% all’anno”.
