Il paradosso tecnologico nelle imprese italiane tra innovazione e legacy
Rotondi (Workday): la vera sfida per le aziende è integrare l'intelligenza artificiale nei flussi di lavoro strategici
C'è un paradosso che attraversa buona parte del tessuto produttivo italiano, ed è più diffuso di quanto si pensi: le aziende accelerano sulla trasformazione digitale, investono in intelligenza artificiale, comunicano la propria innovazione, eppure continuano a lavorare su sistemi frammentati e legacy, mai pensati per l'era dell'AI. Il risultato è quella che nella nostra ultima ricerca globale abbiamo definito la "Copy/Paste Economy": un modello in cui le persone, più che essere supportate dalla tecnologia, ne diventano il collante manuale. I numeri raccontano bene la portata del fenomeno. A livello globale l'82% dei lavoratori dedica tempo prezioso a fare da ponte tra software scollegati tra loro, e uno su cinque perde più di sette ore alla settimana in integrazione manuale dei dati. Non stupisce infatti che il 43% degli intervistati descriva le proprie giornate come costantemente piene, ma non realmente produttive. È la sensazione, sempre più comune nei contesti aziendali italiani, di correre senza avanzare.

Il problema non è l'AI, è dove la mettiamo
Da qui nasce una domanda che ritengo centrale per chi guida oggi processi di innovazione: la vera sfida non è più "adottare l'intelligenza artificiale", ma decidere dove collocarla. Quando l'AI viene introdotta come strumento isolato e accessorio (utile per scrivere un'email, riassumere un documento, velocizzare un'attività singola), produce output privi di contesto, che le persone sono comunque costrette a verificare manualmente per evitare errori. È quella che chiamiamo task-oriented AI: pratica, ma limitata. Le cose cambiano radicalmente quando l'intelligenza artificiale entra nei workflow strategici dell'organizzazione (HR, payroll, chiusura dei bilanci), accedendo a dati, policy e regole operative reali. È a questo punto che diventa enterprise AI, e che genera valore misurabile: nella nostra ricerca, il 60% dei lavoratori che opera in questo tipo di ambienti dichiara un risparmio di tempo pari o superiore al 25%.
Per le medie imprese italiane che stanno crescendo rapidamente, questo passaggio è particolarmente urgente: raramente hanno le risorse, i tempi o i budget per un grande progetto IT tradizionale, ma non per questo possono permettersi di restare escluse dalla trasformazione. È un tema che come Workday abbiamo affrontato direttamente con il lancio di Workday GO, una soluzione all-in-one per HR e payroll pensata per portare la potenza dell'AI enterprise-grade anche a team più snelli, senza le tempistiche e i costi di un grande progetto IT.
La fiducia si costruisce, non si dichiara
Il secondo nodo, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico sull'AI, riguarda la fiducia. Non è un tema astratto o valoriale: è una condizione operativa. La nostra ricerca mostra che l'87% dei lavoratori aumenta la propria fiducia nell'intelligenza artificiale quando si fida dei dati e dei sistemi su cui questa si appoggia. È un meccanismo intuitivo, in fondo: le persone si affidano da anni ai sistemi con cui ricevono lo stipendio o chiudono i bilanci e, se l'AI opera all'interno di quegli stessi sistemi, la fiducia cresce naturalmente e non deve essere conquistata da zero. Il rovescio della medaglia è altrettanto istruttivo: il 68% dei dipendenti riferisce che la mancanza di informazioni affidabili ha ritardato decisioni importanti e una quota vicina alla metà ammette di aggirare i sistemi centrali pur di lavorare più velocemente. È la prova che la frammentazione non è solo un problema di efficienza, ma mina alla radice la governance stessa dei processi aziendali. Non può esistere un'AI efficace senza dati affidabili, trasparenza algoritmica e una governance chiara.
Non sostituire le persone, restituire loro il lavoro
C'è infine un terzo elemento che merita di essere ribaltato rispetto alla narrazione dominante. Il dibattito pubblico sull'intelligenza artificiale si concentra quasi ossessivamente sul rischio di sostituzione del lavoro umano e i dati che raccogliamo raccontano una realtà diversa: il 97% dei lavoratori, infatti, dichiara di amare il proprio lavoro, quasi il 90% sente un forte senso di appartenenza agli obiettivi aziendali, e oltre il 75% vede nell'AI un'opportunità per ridurre attriti e inefficienze. Il problema non è dunque il lavoro in sé, ma il fatto che una parte troppo ampia della giornata lavorativa sia ancora assorbita da attività manuali, ripetitive e frammentate. È questa la direzione in cui l'AI dovrebbe muoversi: non come sostituto, ma come "teammate" capace di assorbire i compiti amministrativi a basso valore aggiunto, restituendo alle persone la dimensione più qualitativa del lavoro.
In Italia stiamo costruendo questa visione anche attraverso investimenti diretti sul territorio, dal nostro Innovation Lab di Milano (pensato per co-creare soluzioni insieme ad aziende, università e innovatori locali) a un ecosistema di partner qualificati che uniscono capacità tecnologica e conoscenza approfondita del contesto normativo italiano. Nei prossimi anni l'intelligenza artificiale diventerà sempre meno un'applicazione separata e sempre più una componente naturale dei processi aziendali. La domanda che le organizzazioni dovranno porsi on sarà più quindi "quanta AI abbiamo", ma quanto i nostri sistemi sono davvero pronti a farla funzionare bene. Da qui nasce una domanda che ritengo centrale per chi guida oggi processi di innovazione: la vera sfida non è più "adottare l'intelligenza artificiale", ma decidere dove collocarla?. La domanda che le organizzazioni dovranno porsi non sarà più quindi "quanta AI abbiamo", ma quanto i nostri sistemi sono davvero pronti a farla funzionare bene?.
Fabrizio Rotondi, Country Manager Workday per l'Italia
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