Giovanni La Croce (Studio La Croce): gli studi devono prendere nuove direzioni
Mattia Berti (Studio La Croce): non è solo una questione di crescita o di innovazione, il settore sta cambiando
Da Milano a Bologna, una realtà consolidata della consulenza professionale italiana compie il proprio percorso con un'identità chiara e un'offerta di servizi che guarda alle sfide più complesse del mondo aziendale contemporaneo.
È lo Studio La Croce, fondato nel 1975 e considerato come un fermo punto di riferimento per imprenditori e aziende che cercano competenze integrate in materia fiscale, societaria, contabile e di gestione straordinaria. Dottori Commercialisti e Revisori Contabili lavorano fianco a fianco, accomunati da valori che, in un settore dove la fiducia è tutto, fanno la differenza: trasparenza, correttezza e dedizione, insieme a un forte spirito di cooperazione.
Se la solidità dello studio parla attraverso i decenni di attività, è però sul fronte delle operazioni straordinarie, delle ristrutturazioni industriali e finanziarie e della gestione della crisi d'impresa che Studio La Croce esprime la propria vocazione più specifica: quella di affiancare le aziende nei momenti più delicati e determinanti della loro esistenza.
Abbiamo avuto una lunga chiacchierata con Giovanni La Croce e Mattia Berti, un po' per fare il punto sul passato, un po' per comprendere il presente, ma soprattutto per cercare di trovare dei punti fermi che indichino il futuro.
Come è nato il legame professionale tra le realtà di Milano e Bologna?
Giovanni La Croce - Lo Studio La Croce è una realtà professionale nata nel 1975, già ben radicata a Milano e nota in tutta Italia per l'expertise nel campo della crisi d'impresa e del diritto fallimentare. Tutto ha avuto inizio a Ravenna tra il 2000 e il 2001, durante una complessa pratica fallimentare che coinvolgeva un importante gruppo nel settore dei cavi elettrici. In quell'occasione, i due futuri soci si trovarono su fronti contrapposti: uno come curatore fallimentare e l'altro come rappresentante di un fondo francese interessato all'acquisizione. Lavorarono in modo proficuo per circa due anni e, al termine della pratica, decisero di unire le forze per costruire a Bologna uno studio strutturato e specializzato nella crisi d'impresa.

Quale fu l'intuizione che segnò l'inizio di questo percorso comune?
Mattia Berti - La scintilla scaturì da una proposta del tutto innovativa per l'epoca: gestire un'asta unitaria mettendo insieme i beni di due diversi fallimenti. Questa operazione, realizzata per la prima volta in Italia, fu possibile grazie alla capacità di visione comune e all'ambizione di interpretare la professione in modo diverso rispetto agli standard abituali, puntando a raggiungere i vertici del settore.
Quali tappe hanno segnato la crescita della sede bolognese fino a oggi?
Mattia Berti - Dopo l'apertura nel 2003 sotto il marchio Studio La Croce, il momento di svolta è avvenuto nel 2019 con la fusione con lo Studio Bosi Ungania Zambelli. Questa operazione ha trasformato radicalmente la sede di Bologna, che inizialmente si occupava quasi esclusivamente di crisi d'impresa, in una struttura multidisciplinare capace di offrire consulenza fiscale, societaria e di bilancio. Oggi le dimensioni e la specializzazione della sede bolognese sono del tutto paragonabili a quelle della sede milanese.
In cosa consiste la vostra filosofia di servizio rispetto ai grandi network internazionali?
Giovanni La Croce - Ci posizioniamo in modo differente rispetto alle "Big Four" o ai grandi studi internazionali puntando su una minore standardizzazione e una maggiore qualità del servizio. Una nostra regola ferrea è che il "front-office" con il cliente non viene mai delegato a stagisti o neoassunti; l'analisi delle pratiche e il rapporto diretto sono gestiti esclusivamente da soci e associati esperti. Preferiamo negoziare tariffe competitive piuttosto che rinunciare alla supervisione diretta del professionista senior.
In che modo l'esperienza nella crisi d'impresa arricchisce la vostra consulenza ordinaria?
Giovanni La Croce - La crisi d'impresa è una scuola straordinaria perché mette alla prova la tenuta dei contratti, fa esplodere le questioni di responsabilità e i conflitti sociali. Questa meticolosità ci permette di gestire con maggiore profondità anche le operazioni di M&A (fusioni e acquisizioni) tradizionali per i nostri clienti, applicando un rigore giuridico che difficilmente si acquisisce in altri ambiti.
Perché sentite l'esigenza di procedere verso una "depersonalizzazione" dello studio?
Giovanni La Croce - Il mercato professionale è cambiato: l'epoca dei grandi nomi solitari, dei "guru" della consulenza come potevano essere i maestri del passato, è tramontata. Vogliamo che lo studio diventi un'entità corale e meno dipendente dalle singole figure dei fondatori, tanto che stiamo valutando di sostituire l'attuale brand molto legato al nome del suo fondatore, nel suo acronimo "SLC", per garantire continuità e solidità alla struttura indipendentemente dai singoli nomi.
Qual è il vostro giudizio sull'impatto dell'intelligenza artificiale nella professione?
Mattia Berti - La consideriamo uno strumento potente per la raccolta e l'organizzazione dei dati, capace di accelerare le fasi di studio e l'assimilazione delle informazioni di base. Tuttavia, siamo convinti che non possa sostituire la creatività umana e la "cultura selettiva" necessaria per applicare correttamente i precedenti ai casi specifici. C'è però un dibattito interno sulla sua affidabilità come strumento di controllo: mentre per alcuni può essere un utile supporto di verifica, per altri non è ancora in grado di garantire l'attendibilità dei risultati.
Quali pericoli intravedete nell'affidarsi troppo alla tecnologia, specialmente per i giovani?
Giovanni La Croce - Il rischio è che la velocità dello strumento venga scambiata per efficacia. I giovani professionisti, spesso privi di una solida formazione scolastica di base, potrebbero non avere gli "anticorpi" necessari per riconoscere errori o trappole generate dalla macchina. Abbiamo assistito a casi in cui relazioni di bilancio prodotte dall'IA risultavano totalmente errate nonostante il dato di partenza fosse corretto. La velocità imposta da strumenti come mail o WhatsApp rischia di soffocare il momento riflessivo che è alla base di una consulenza di qualità.
Quali sono le vostre ambizioni di espansione per il futuro dello studio?
Mattia Berti - L'obiettivo è far crescere lo studio oltre l'asse Milano-Bologna, puntando verso il Triveneto, il Centro Italia e il Sud, per creare una realtà nazionale di circa 120-130 professionisti. Vogliamo mantenere un modello di gestione democratico, dove non ci sia una predominanza dei soci anziani sui giovani e dove ciascuno possa vedere valorizzato il proprio contributo, pur all'interno di una struttura che garantisca standard di qualità elevati e uniformi su tutto il territorio.
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