Capitalismo carismatico e democrazia - Libro "Capitalismo carismatico"
Trento (per Egea): il potere dei fondatori e la sfida alle democrazie
Musk, Bezos, Cook, Jen-Hsun Huang solo per citarne alcuni. Sono Ceo visionari che testimoniano un fenomeno sempre più rilevante: il potere non si concentra più solo nelle imprese, ma nelle mani dei loro fondatori. E quando innovazione, dati, infrastrutture digitali e informazioni dipendono da pochi attori carismatici, la questione non è più solo economica: diventa democratica.
A questo tema, che interessa direttamente tutti noi è dedicato l'interessantissimo scritto di Sandro Trento dal titolo Capitalismo carismatico edito da Egea. L'Autore parte da una semplice constatazione: per gran parte del Novecento, la grande corporation manageriale ha rappresentato l'architettura portante del capitalismo democratico. Proprietà diffusa, controllo professionale, disciplina dei mercati, potere relativamente bilanciato: era questo il modello che, soprattutto negli Stati Uniti, sembrava aver conciliato crescita, innovazione e stabilità sociale. Oggi quel paradigma non basta più a spiegare il funzionamento dell'economia globale. Al suo posto emerge una figura diversa: il fondatore, dotato di un potere personale, durevole e difficilmente contendibile, capace di travalicare la governance dell'impresa per estendersi alle tecnologie, ai dati, alle reti. E, in alcuni casi, perfino alla sicurezza e alla geopolitica.
Secondo l'Autore il capitalismo sta vivendo una nuova metamorfosi. Dopo la stagione dell'impresa familiare e quella della corporation manageriale, il XXI secolo vede il ritorno del fondatore come centro di comando. Non si tratta di un semplice ritorno al passato. Il nuovo fondatore non è il patriarca industriale ottocentesco: è un attore che combina tecnologia, finanza, narrazione e controllo di infrastrutture essenziali, e che riesce a mantenere un potere personale anche in presenza di migliaia o milioni di azionisti. Questo slittamento è stato reso possibile da una serie di leve giuridiche e finanziarie - azioni a voto plurimo, mercati privati ipertrofici, direct listing, Spac, venture capital, fondi sovrani - che hanno consentito ai fondatori di raccogliere capitali senza rinunciare al controllo. Trento mostra come il rovesciamento rispetto al modello classico della public company sia ormai compiuto: la Borsa, un tempo luogo in cui il controllo si disperdeva e i manager venivano disciplinati dal mercato, oggi può diventare la leva con cui il fondatore istituzionalizza il proprio potere. Il mercato, insomma, non agisce più soltanto come vincolo: diventa uno strumento.
Da Musk a Bezos a Page e Brin, il capitalismo carismatico appare oggi come una forma di potere che non si limita più all'impresa. In alcuni casi, sostiene Trento, i fondatori diventano "nuovi sovrani privati". Da qui deriva la questione centrale del volume: chi controlla i controllori privati? Quando le grandi piattaforme gestiscono infrastrutture decisive per la comunicazione, i pagamenti, il cloud, l'intelligenza artificiale o perfino la difesa, il nodo non riguarda più soltanto la concorrenza o la corporate governance. Riguarda la qualità stessa della democrazia. Il capitalismo carismatico, insomma, genera una tensione profonda con i principi della democrazia costituzionale, perché concentra nelle mani di pochi soggetti privati funzioni pubbliche di fatto, senza legittimazione democratica e con livelli di accountability limitati.
"La domanda", scrive Trento, "è se questo modello sia ancora riconducibile al capitalismo o se stiamo assistendo alla nascita di un ordine nuovo, post-capitalista. Se il capitale non è più il fine, ma il mezzo per esercitare potere illimitato e plasmare mondi futuri, la traiettoria non è più quella della semplice accumulazione. È un processo che dissolve i confini tra economia, politica e tecnologia, in cui i fondatori diventano architetti di nuove forme di sovranità. La posta in gioco è enorme. Se questi fondatori vedono il capitale come mezzo per conquistare la longevità, lo spazio, la vita artificiale o il dominio dei dati globali, siamo di fronte a un progetto che supera la cornice storica del capitalismo come sistema economico. È qui che la questione diventa politica: fino a che punto questa metamorfosi è compatibile con la democrazia liberale? E se la logica non è più accumulare ricchezza, ma acquisire potere illimitato, siamo ancora dentro il capitalismo o già in un esperimento di postcapitalismo oligarchico? La risposta non è scontata, ma la domanda segna il cuore del nostro tempo". Che cosa succederà se il capitalismo carismatico continuerà a crescere? Che ruolo avranno i cittadini del mondo in questo nuovo scenario? Come potranno gli organismi internazionali e i singoli stati controllare queste nuove realtà? Chiediamo all'Autore.
Quali strumenti possono mettere in campo gli organismi internazionali e i singoli stati per un controllo su queste nuove realtà?
La prima cosa da chiarire è che gli strumenti tradizionali non bastano più. Il problema non è semplicemente la dimensione delle imprese, ma il fatto che alcune di queste controllano infrastrutture essenziali, dati, cloud, reti, standard tecnologici, e quindi esercitano un potere che è, di fatto, quasi sovrano.
Per questo motivo, le risposte devono muoversi su più livelli. Primo: la regolazione della governance e del controllo. Negli ultimi anni abbiamo accettato forme di concentrazione del potere (dual class shares, controllo stabile dei fondatori) che riducono drasticamente la contendibilità. Gli Stati possono intervenire con limiti temporali al voto plurimo, maggiore trasparenza, rafforzamento dei diritti degli investitori di minoranza. Non è solo una questione finanziaria: è una questione di equilibrio del potere. Secondo: una nuova politica antitrust, ma aggiornata.L'antitrust classico guardava ai prezzi e alla quota di mercato. Oggi deve guardare al controllo delle infrastrutture e delle traiettorie tecnologiche. Non basta spezzare un'impresa: bisogna garantire accesso, interoperabilità, portabilità dei dati. In altre parole, spostare l'attenzione dalla concorrenza nei mercati alla contestabilità del controllo. Terzo: regolazione delle infrastrutture digitali come beni quasi pubblici.Cloud, sistemi di pagamento, reti satellitari, AI: queste non sono più semplici prodotti, ma piattaforme su cui si costruisce l'economia e persino la sicurezza. Qui serve una logica simile a quella delle utilities: obblighi di accesso, standard comuni, in alcuni casi partecipazione pubblica o controllo regolatorio forte. Quarto: cooperazione internazionale. Nessuno Stato, da solo, è in grado di regolare attori globali. Il rischio è una competizione al ribasso tra giurisdizioni. Servono accordi multilaterali, su tassazione, dati, AI, sicurezza, altrimenti il potere regolatorio resta sempre inferiore al potere delle imprese. Quinto: capacità pubblica. Per regolare queste realtà servono competenze tecniche, capacità di analisi, accesso ai dati. Senza uno Stato che capisce la tecnologia, la regolazione resta formale.
Che ruolo possono avere i cittadini del mondo?
Il ruolo dei cittadini è reale, ma va chiarito: non basta il "consumo consapevole". Oggi i cittadini non sono solo utenti, sono parte del sistema: producono dati, alimentano le piattaforme, legittimano il potere attraverso le loro scelte quotidiane. Il punto decisivo però è politico. Se queste imprese esercitano un potere quasi sovrano, i cittadini possono incidere davvero solo come elettori e soggetti collettivi, chiedendo regole, trasparenza e controllo democratico sulle infrastrutture digitali. Il paradosso è che i cittadini contribuiscono ogni giorno a questo potere, ma solo collettivamente possono limitarlo.
In Italia ci sono esempi paragonabili ai nuovi capitalismi carismatici?
Si, ma con una differenza importante: in Italia esistono forme ibride, non veri equivalenti delle Big Tech americane. Ci sono alcuni casi, ad esempio Bending Spoons, in cui vediamo elementi tipici del founder capitalism: forte controllo dei fondatori, visione strategica di lungo periodo, uso della tecnologia come leva di scalabilità. Anche alcune realtà digitali o del lusso mostrano tratti simili. Tuttavia manca un elemento decisivo: il controllo di infrastrutture globali. Le imprese italiane, anche le migliori, non controllano piattaforme, dati o standard tecnologici su scala mondiale. E questo limita la trasformazione del potere economico in potere quasi sovrano. La struttura del capitalismo italiano resta diversa: più concentrata, familiare, spesso difensiva. L'apertura recente al voto plurimo va nella direzione del rafforzamento del controllo, ma più come chiusura che come leva di espansione globale.
In passato abbiamo assistito a dinastie potenti (per i loro tempi): avevano però un a cultura alle spalle che gli attuali capitalisti non hanno.
Che ruolo possono svolgere le università e i media?
Le università e i media hanno un ruolo decisivo, ma solo se recuperano una funzione che in parte hanno perso: formare e controllare il potere, non inseguirlo. Le università dovrebbero tornare a formare élite con una cultura ampia - non solo tecnica, ma storica, politica, etica. Oggi producono competenze, ma troppo spesso non producono responsabilità. I media, invece, dovrebbero ricostruire la loro funzione critica: non amplificare il carisma dei fondatori, ma interrogarne il potere, rendendo visibili le implicazioni pubbliche delle loro scelte. Se il capitalismo torna a concentrarsi, anche le istituzioni culturali devono tornare a essere contropoteri.
Federico Unnia
Aures Strategie e politiche di comunicazione

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