28/07/2021

editoriale

Il conto salato del Green Deal

E' appena stato annunciato ma il Fit for 55 della Commissione Europea sta suscitando molte perplessità. Il programma per ridurre le emissioni di CO2 entro il 2030 nel nostro continente avrà un impatto devastante sulle economie. Prendiamo per esempio il settore dell'automotive: dal 2035 ci sarà il divieto di vendita di auto tradizionali a combustione, comprese quelle ibride, forse con una proroga di qualche anno per queste ultime. Le case automobilistiche francesi hanno già espresso il loro dissenso, visto che hanno puntato tutto su questa soluzione, così come la BMW, ma non la Volkswagen che ha l'elettrico nei suoi piani futuri. Da molti è stato visto come un favore alla Cina che, come detto da Luc Chatel, il presidente della PFA (il gruppo che racchiude la filiera automobilistica nazionale), "sull'elettrico sono 10 anni più avanti di noi". E pensava alle batterie al litio, di cui detengono il monopolio".

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In Italia significa sostanzialmente, oltre alla chiusura di molti stabilimenti, la fine della Motor Valley emiliana, fiore all'occhiello del Made in Italy. Il programma UE prevede inoltre che l'energia nucleare non sia contemplata come fonte verde per la produzione di elettricità, completamente sbilanciata sulle rinnovabili, colpendo anche il petrolchimico, facendo ancora infuriare i francesi. Peraltro, si elimina d'imperio una fonte energetica senza che se ne sia studiata e resa disponibile diffusamente un'altra. Molti esperti apertamente affermano che prima andrebbero realizzati impianti per la produzione e distribuzione di idrogeno, che è già una tecnologia sicura. Casualmente la Germania non ha una grande industria petrolifera... Il problema Fit for 55 però non si esaurisce nell'automotive. All'industria pesante (imprese produttrici di energia elettrica e industrie ad alta intensità energetica) già oggi è imposto di acquistare speciali diritti (le "quote di emissione") per emettere CO2. Questa tassazione viene resa oggi assai più pesante e, al contempo, essa viene estesa ai distributori di combustibile per gli edifici: il costo ricadrà su imprese e famiglie, con bollette alle stelle.

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A queste imposte si sommeranno, oltre alla plastic tax, i dazi verdi (CBAM o Carbon Border Adjustment Mechanism), al fine di compensare le quote di emissione pagate dall'industria che produce nella UE rispetto a quella che si produce fuori dalla UE. Che però saranno quasi impossibili da determinare e che scateneranno reazioni in mezzo mondo. Siamo nel mondo dell'iperuranio. Peraltro, in questo delirio, poteva mancare un attacco al nostro patrimonio edilizio? Ovviamente no. la Commissione giudica "inefficiente dal punto di vista energetico" circa 3/4 del patrimonio edilizio dell'Unione. Peccato che la maggior parte degli edifici nel nord Europa siano costruiti con grandi parti in legno (basti vedere le foto delle recenti inondazioni in Germania), mentre da noi i criteri sono diversi. Obbligare a mettere a norma UE il nostro patrimonio edilizio, oltre che a deturparlo, costerebbe non una, ma due fortune. Infine, "la direttiva sull'efficienza energetica fisserà, a livello di UE, un obiettivo annuale vincolante più ambizioso di riduzione del consumo di energia", intesa come consumo globale di energia, cioè pure l'energia elettrica. Torneremo al medioevo? Quello che viene salutato con grandi applausi rischia di far compiere al continente un balzo all'indietro di molti decenni, forse secoli, in nome del Green Deal.

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La Cina - maggior produttore di CO2 al mondo - ringrazia.  

 



Claudio Gandolfo


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