30/06/2021

editoriale

Dalla Germania fuoco amico sulla UE

Ci risiamo. Non siamo ancora usciti dalla crisi pandemica che dalla Germania suonano tamburi di "guerra". Dopo le dichiarazioni di Schauble che sembravano riportare le lancette dell'orologio europeo ai tempi della crisi greca, due esponenti di punta dell'establishment di quel Paese hanno esternato quasi in contemporanea, come facesse parte di una strategia. Prima Armin Laschet (candidato della CDU e probabile successore di Merkel a settembre) ha affermato che non appena la crisi sarà terminata, bisognerà tornare ad applicare i criteri del patto di stabilità e, sul fronte interno, tornare a conseguire il mitico "schwarze null", il pareggio di bilancio. Inoltre, il debito comune emesso per il Next Generation UE resterà un'esperienza temporanea che non avrà seguito. Per esser più espliciti: "secondo le regole di Maastricht, ogni Paese è responsabile del proprio debito. L'idea di base è evitare una situazione in cui un Paese è responsabile per i debiti di un altro, e questo principio si applica ancora".

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Con buona pace di chi straparla di eurobond e di politiche fiscali comuni. Nessun accenno alla revisione di regole che ormai tutti - a partire dal Fiscal Board - ritengono sbagliate e anacronistiche. Ma soprattutto in netto contrasto con le parole di Draghi, che a Barcellona si è dichiarato favorevole ad un sostegno alla domanda con politiche di bilancio espansive, rimandando al medio termine i propositi di abbassamento del deficit. Parole di buonsenso, ma che non fanno certo presa sui tedeschi in piena campagna elettorale come quelle di Laschet.  Sempre a favore dell'opinione pubblica tedesca, Jens Weidmann, del direttivo della BCE intervenendo sul fronte monetario, dopo aver concesso che gli stimoli (PEPP) non devono esser ritirati prematuramente, ha però affermato che questo piano deve esser temporaneo, e terminare con la fine della pandemia. Gli acquisti devono diminuire con il recupero dell'economia. Un modo sottile ma non troppo per mettere pressione sulla BCE per terminare il PEPP e ricominciare ad alzare i tassi. Affermazioni che non trovano riscontro nella realtà, dove la crescita appare ancora molto lontana e che richiederà parecchi anni per consolidarsi, visto anche il panorama desolante dei consumi interni e della produzione industriale.

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Ma da quelle parti il terrore dell'inflazione obnubila. Stupisce che dalle parti di Berlino non abbiano compreso come queste affermazioni siano in deciso contrasto con le politiche della Commissione Europea, quel nuovo corso solidaristico che Ursula Von der Leyen propaganda in giro per i Paesi illustrando le meraviglie del recovery Fund e del Next Generation UE. Sicuramente l'ennesima dimostrazione delle insanabili contraddizioni alla base di questa UE e della moneta unica.

 



Claudio Gandolfo


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