23/06/2021

editoriale

La compressione salariale crea disoccupazione e fa crollare i consumi

C'è un detto in inglese che è meno buffo di quanto sembri ma spiega perfettamente la situazione attuale del mondo del lavoro e della contrazione dei consumi: "If you pay peanuts, you get monkeys" (se paghi in noccioline avrai le scimmie). I salari reali sono diminuiti negli ultimi 10-20 anni in misura importante rispetto alla produttività. La ricerca forsennata di compressione della quota salariale di un prodotto o servizio ha portato alla delocalizzazione selvaggia o a un taglio degli stipendi se si voleva conservare il posto di lavoro. Questo è ancora più evidente nell'eurozona, oltre che nel nostro Paese. Non va dimenticato che la BCE è l'unica banca centrale al mondo che non ha l'occupazione tra i suoi obiettivi. L'euro infatti non aiuta, anzi. Nel nome della competitività, non potendo usare la leva monetaria del cambio (svalutazione) si è usata la leva del costo del lavoro, che negli anni è sempre stato più compresso, essendo i bassi salari uno dei pilastri dell'euro.

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Solo così, è sempre stato spiegato, è possibile rimanere competitivi sui mercati globali. E questo anche in assenza di inflazione. Solo che non basta mai. In Italia nel solo 2020, a fronte di un'inflazione attorno allo zero, abbiamo un calo delle remunerazioni del 7% (fonte OCSE). Gli alfieri di questa politica sono i mercantilisti tedeschi, i campioni mondiali dell'export. L'hanno applicata su larga scala a partire dal piano Hartz del 2005 che, tra le altre cose, prevedeva i famigerati "mini jobs" (4-500 euro al mese). Una visione alquanto miope che dopo quasi due decenni presenta il conto a tutti i Paesi dell'eurozona, Francia e Italia in testa, ma anche Spagna. Già nel medio termine, la compressione salariale non solo non assicura la sopravvivenza delle aziende, che si troveranno ciclicamente fuori mercato, visto che sempre da qualche parte nel mondo la mano d'opera costa meno, ma porta a disoccupazione e salari sempre più bassi. Con l'impoverimento di intere fasce di popolazione, è chiaro che l'impatto sui consumi interni si fa sentire in modo sempre più pesante. Difficile poi per le aziende trovare personale sempre più specializzato e formato da inserire nella cosiddetta Industria 4.0 se poi la loro busta paga deve esser messa in relazione a quella di un omologo comunitario, per esempio della Polonia o della Repubblica Ceca.

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Finché prevarrà la logica del prezzo e non del valore aggiunto, avremo solo austerity, tagli e disoccupazione. Si salveranno solo coloro che saranno in grado di stare sui mercati internazionali, come i nostri pochi campioni, ma tutti gli altri? Questa situazione ovviamente porta a mercati interni sempre più poveri e che consumano per lo più prodotti spesso scadenti che arrivano dall'estero. Vale per tutti i settori.  Come impedire ad una multinazionale straniera di fare offshoring? Sembra un'eresia, ma perché questo accade per esempio in Francia, dove le tutele del lavoro sono maggiori? I troppi tavoli di crisi al Ministero dello Sviluppo Economico (con decine di migliaia di lavoratori che rischiano il posto) potrebbero esser risolti magari nazionalizzando determinate produzioni. Spesso sono aziende che vanno bene però chiudono in Italia per riaprire in Paesi vicini ma più favorevoli dal punto di vista fiscale. La Commissaria europea Verstager è sempre pronta ad intimare l'altolà ovunque si abbia sentore di aiuti di stato, anche se poi è meno occhiuta verso altri Paesi (i soliti). Però tace sulla concorrenza fiscale sleale, che ha depauperato il nostro tessuto industriale.

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Occorre oggi più che mai agire sulla leva salari non solo in funzione della conservazione di un posto di lavoro, di una produzione, ma anche per far ripartire i consumi. Basterebbe anche solo ridurre il cuneo fiscale per riprendere competitività. La corsa al ribasso degli stipendi porta solo all'emigrazione di chi ha un mercato e lascia un'enorme platea di soggetti cui servirebbero anni e anni di formazione - a costi incredibili - per poter tornare ad esser introdotti nelle imprese 4.0 che sopravviveranno. E nel frattempo che si fa? Noccioline per tutti?

 



Claudio Gandolfo


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