12/10/2016

idee

Aziende e proprieta' intellettuale tra IP, l'avanzata cinese e il dubbio Brexit

 

Il congresso mondiale Aippi di Milano ha fatto emergere due grandi sfide: l'apertura della Cina e la gestione dell'uscita della Gran Bretagna dalla UE. Giudizi positivi sul patent box

"Le grandi sfide che attende la comunità mondiale degli avvocati specializzati in IP (intellectual property) riguardano la progressiva crescita della sensibilità e competenza della Cina sui temi della tutela della proprietà intellettuale, la gestione della Brexit e delle molte implicazioni che si stanno manifestando. Infine, aiutare la crescita di competenze e sensibilità verso una legislazione sulla proprietà industriale più attenta agli sviluppi tecnologici". Renata Righetti Pelosi, presidente Bugnion e Vice Presidente Aippi International (Associazione internazionale per la protezione della proprietà intellettuale) riassume così i quattro giorni del congresso mondiale svoltosi a Milano nei giorni scorsi. Oltre 2200 professionisti venuti da 86 Paesi, per affrontare le sfide che la professione ha innanzi a sé. Generate non soltanto dall'innovazione tecnologica ma anche dalle decisioni politiche.

Aziende e proprieta' intellettuale tra IP, l'avanzata cinese e il dubbio Brexit

Un primo dato emerge: la delegazione di avvocati cinesi è stata la settima per numerosità, (dopo Italia, Germania, Usa, Giappone, UK e Francia) con 93 avvocati. "Un segnale evidente di come in Cina si sia aperta una nuova stagione. Le recenti innovazioni apportate ad esempio con la costituzione delle tre sezioni specializzate in proprietà industriale, basate a Pechino, Shangai e Canton, così come i continui scambi con l'Unione europea hanno favorito l'affermarsi di una maggiore sensibilità su questi problemi", aggiunge Righetti Pelosi.
Il congresso di Milano è stato anche l'occasione per approfondire due aspetti oggi centrale della proprietà industriale. Da un lato le nuove tecnologie, internet in primo luogo. Un fenomeno che interessa sempre più aziende grandi e piccole e che vede nello sviluppo del commercio elettronico una frontiera in continua evoluzione.

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Ma il tema centrale è stato quali sono gli effetti della Brexit sulla disciplina dell'IP.
"Ciò che è emerso è anzitutto la necessità di soluzioni innovative e fuori dagli schemi per gestire la nuova situazione che sarà determinata dalla Brexit, quando e se verrà attuata: i relatori hanno analizzato le varie opzioni a disposizione sia sul piano del diritto sostanziale, che dovrà necessariamente salvaguardare i diritti acquisiti, sia sul piano dell'enforcement e delle problematiche cross-border, che richiederanno per essere affrontate la stipulazione di un accordo ad hoc tra Regno Unito e UE, sul modello della Convenzione di Lugano operante per i Paesi ex-EFTA, ma ovviamente di portata più estesa. Ma i modelli esistenti non bastano: serviranno risposte nuove per governare una nuova complessità", spiega Cesare Galli, fondatore IP-Law Galli, moderatore di una tavola rotonda sul tema al congresso Aippi, che ha risposto ad alcune domande.

Preoccupa maggiormente la fase transitoria o quella successiva?
"I diritti IP hanno tutti una lunga durata e quindi anche la fase transitoria sarà lunga: ciò che conta è trovare soluzioni cost-effective, che allo stesso tempo garantiscano una sufficiente certezza dei diritti. Per questo un ruolo importantissimo competerà ai giudici IP europei, che dovranno continuare a parlarsi e a ricercare soluzioni condivise anche dopo la Brexit. Importantissima può quindi diventare la conferenza di Venezia, che si tiene su base biennale, e l'Associazione che la promuove, ai cui vertici sono presenti i migliori giudici italiani IP, come Marina Tavassi, Massimo Scuffi e Gabriella Muscolo" sottolinea Galli.
Come suggerisce siano gestite le problematiche di IP alla luce della Brexit?
La prima preoccupazione per le imprese ed i loro consulenti legali dev'essere la revisione della contrattualistica, in particolare gli accordi di licenza e di technology transfer, specie se di lunga durata. Serviranno clausole ad "assetto variabile", che garantiscano la possibilità di un enforcement efficiente anche dopo la Brexit e che quindi tengano conto del fatto che l'unità della giurisdizione europea potrà essere spezzata. Cambiare le strategie di registrazione, affiancando già oggi ai titoli "europei" quelli nazionali britannici sembra invece prematuro: non è pensabile che al momento della Brexit non venga concesso ai titolari di tutelare anche nel Regno Unito i marchi e i modelli comunitari la cui estensione verrà allora "ridotta", e proteggersi già oggi con un titolo autonomo ha un costo probabilmente non necessario.

Ma l'IP non è il solo settore interessato dagli effetti della Brexit. Altri sono sotto la lente d'ingrandimento.
La prima "vittima" della Brexit è certamente il Brevetto Unitario: è chiaro che solo una parziale rinegoziazione del Regolamento e dell'Accordo sulla Corte può permettere al Regno Unito di continuare a fare parte del sistema, il che è importante per tutti, per renderlo efficiente e attrattivo alle imprese. Ma anche marchi e modelli non saranno più gli stessi, visto che gli effetti cross-border connaturati ai titoli "europei" non si applicheranno più automaticamente al Regno Unito e andranno ricavati su una base nuova. Più in generale Londra andrà ripensata in prospettiva di hub mondiale del management dei diritti IP, mentre sul piano europeo altre sedi potrebbero risultare più attrattive: e Milano, in questa chiave, potrebbe diventare un protagonista, se istituzioni, imprese e professionisti sapranno fare il "gioco di squadra" che in passato è troppo spesso mancato. La Brexit, dunque, da minaccia, può diventare un'opportunità per tutti e anzitutto proprio per il nostro Paese.

Le criticità del patent box
Ma le novità in tema di IP interessano molto anche quelle realtà che collaborano con le imprese nella gestione delle problematiche legate alla proprietà intellettuale.
Bugnion, costituita nel 1968, con le sue 16 sedi in Italia, Germania, Spagna e Stati Uniti, è una delle realtà più importanti. "Non offriamo ai clienti una mera esecuzione dei tipici mandati professionali in tema di IP, come il deposito di un marchio o di un brevetto, ma proponiamo una assistenza globale e multidisciplinare attraverso un team di esperti con competenze differenziate in grado di valutare le politiche di tutela con la massima attenzione al rapporto costi ed effetti e di elaborare le strategie più adeguate alle esigenze dei clienti", spiega Renata Righetti.

Ma quali sono le maggiori criticità che incontrate alla luce delle nuove regole sul brevetto europeo?

Secondo Cristina Biggi, Italian and European Patent Attorney Bugnion, "le maggiori criticità alla luce dell'Unitary Patent Package risiedono nella gestione della scelta dell'effetto unitario, in particolare nel regime di transitorio che si instaurerà a partire dal momento dell'entrata in vigore dell'Accordo sul Tribunale Unificato dei Brevetti, e nella valutazione della convenienza di tale scelta a livello economico, strategico e giurisdizionale. Poiché l'Unitary Patent Package non è solo il brevetto europeo con effetto unitario ma anche e soprattutto la creazione di un Tribunale unificato dei Brevetto comune agli stati membri contraenti, le criticità si allargano anche all'area dell'enforcement dei brevetti europei in generale, per cui ci si potrà trovare a litigare in una corte Centrale con sede a Parigi e sezioni in altre capitali europee, con tutti i vantaggi e svantaggi correlati a tale situazione".

Inevitabile, infine, un cenno anche al patent box e all'impatto che la nuova disciplina ha creato per le imprese. "Ritengo siano diverse. Penso alla prova sull'esistenza dei diritti cosiddetti non titolati, vale a dire i diritti per i quali non è prevista una procedura amministrativa di rilascio di un titolo di proprietà intellettuale. Tra questi il software protetto da copyright, il design non registrato e le informazioni aziendali. Diversamente dai diritti cosiddetti titolati (brevetti, marchi e design registrati), la dimostrazione dell'esistenza del diritto non può essere fornita esibendo un attestato di concessione o registrazione o un verbale di deposito della domanda. Qui occorre che il titolare raccolga e presenti idonea documentazione probatoria, che dovrà essere presentata unitamente ad una dichiarazione sostitutiva. Si tratta di una problematica comune a molte aziende, se si considera che il capitale intellettuale delle imprese italiane è principalmente rappresentato da know-how (informazioni aziendali), da design non registrati e da marchi "di fatto". Un'ulteriore problematica è rappresentata dalla difficoltà, per molte imprese italiane, di attribuzione dei costi e ricavi a ciascun bene immateriale oggetto di agevolazione", conclude Biggi.

@federicounnia - Consulente in comunicazione
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