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28/09/2026

Asia in freno, ma il petrolio accende i mercati: ecco perché

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Asia in freno, ma il petrolio accende i mercati: ecco perché


I mercati azionari asiatici hanno iniziato la settimana con il freno a mano tirato, mentre il prezzo del petrolio ha ripreso la marcia e i rendimenti Treasury USA rimangono incollati ai massimi degli ultimi vent’anni. L’ottimismo su una possibile tregua tra Stati Uniti e Iran è evaporato, dopo che il presidente Donald Trump ha respinto nel weekend la proposta di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, definendola "disperata".


Il Brent è salito dell’1,6% a 106 dollari al barile, segnando un guadagno del 17% dal primo del mese. Il West Texas Intermediate ha guadagnato l’1,1% a 93,47 dollari. La rincorsa del greggio è la prova tangibile di quanto le tensioni in Medio Oriente continuino a influenzare le asset class globali: l’energia alimenta l’inflazione, l’inflazione spinge i tassi, i tassi comprimono le valutazioni azionarie.

Le banche centrali hanno risposto con una serie di rialzi; il prossimo appuntamento decisivo è la riunione della Reserve Bank of Australia di martedì. I mercati attribuiscono una probabilità del 66% a un nuovo aumento dei tassi da parte della Federal Reserve a ottobre, con circa 90 punti base di stretta complessiva attesi entro la fine del prossimo anno, un dato che alimenta le previsioni tassi Fed.

Nel frattempo il PIL americano mostra segni di vigore: il modello GDPNow della Fed di Atlanta prevede una crescita del 5% nell’ultimo trimestre, un ritmo che sostiene gli utili societari anche con i rendimenti in rialzo.




In Asia e in Europa lo stesso impulso è sostenuto dagli investimenti in AI, che mantengono alta la temperatura dell’attività economica.

In Giappone il Nikkei è cresciuto dello 0,8%, mentre la Borsa di Seul è scesa dello 0,6%. L’indice MSCI Asia‑Pacific, escluso il Giappone, ha perso lo 0,2%. In Europa i futures dello EUROSTOXX 50 hanno guadagnato lo 0,4%, quelli del DAX lo 0,3% e del FTSE lo 0,2%. A Wall Street i futures dello S&P 500 hanno ceduto lo 0,2% e quelli del Nasdaq sono rimasti stabili.

Sul fronte obbligazionario, il rendimento dei Treasury trentennali ha sfiorato il 5,5185%, toccando i massimi dal 2004, con un balzo di 27 punti base nell’ultimo mese. Il rendimento dei titoli biennali è salito di 55 punti base nello stesso periodo, riflettendo i rialzi della Fed.

Il dollaro ha raggiunto i massimi di due mesi, con l’indice DXY a 101,39. L’euro è sceso a 1,1380 dollari, perdendo il 2% da inizio mese, mentre il dollaro/yen è tornato a 157,53 dopo il commento del ministro delle Finanze giapponese Satsuki Katayama sul rischio di una debolezza dello yen.


La sterlina si aggira appena sopra i minimi trimestrali a 1,3228 dollari, sostenuta dalle parole falche del governatore della Bank of England, Andrew Bailey.

Nel comparto materie prime, l’oro ha ceduto lo 0,5% a 4.262 dollari l’oncia, con una flessione di oltre il 4% nel mese. Un quadro di rendimenti più alti e materie prime sotto pressione riassume la fotografia dei mercati di apertura della settimana: la paura di tassi "più alti per più tempo" convive con un’economia americana che, per ora, non rallenta. E sembra quasi che il mercato abbia preso una tazza di caffè troppo forte.


Articolo redatto da Roberto Marini, validato dalla redazione e corretto con sistemi di intelligenza artificiale per la sezione SEO/GEO.

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Articolo del 28/09/2026


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