
23/06/2025
Le tensioni geopolitiche nel Medio Oriente si sono intensificate bruscamente, portando a una reazione immediata sui mercati globali.
Hakan Kaya, gestore del fondo Neuberger Berman Commodities ha provato a ragionare su quello che potrebbe accadere.
Gli attacchi aerei compiuti dagli Stati Uniti e da Israele contro specifici obiettivi in Iran hanno riacceso il dibattito sul rischio di un'escalation diffusa. Mentre le borse mondiali hanno mostrato una cautela iniziale, con movimenti relativamente contenuti, l'impatto più evidente si è manifestato sui mercati energetici.
I prezzi del petrolio, in particolare il Brent, hanno registrato un balzo superiore al 12% nell'ultima settimana. Questo aumento sottolinea la profonda preoccupazione degli investitori per la sicurezza delle forniture globali. L'area del Golfo Persico, infatti, rimane il cuore pulsante della produzione e dell'esportazione di energia su scala planetaria. Qualsiasi minaccia alla stabilità in questa regione si traduce quasi istantaneamente in un "premio di rischio" incorporato nei prezzi delle materie prime energetiche. Il punto nevralgico di questa crescente tensione è lo Stretto di Hormuz. Questo braccio di mare incredibilmente strategico vede transitare circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa di GNL. La sua vulnerabilità è chiara. Sebbene la massiccia presenza militare statunitense, inclusa la 5ª Flotta USA con base in Bahrain, renda un blocco totale dello Stretto un'ipotesi remota, azioni limitate possono comunque avere un impatto devastante.
L'Iran possiede strumenti per disturbare il traffico marittimo senza necessariamente chiuderlo del tutto. Tattiche come molestie alle navi, il posizionamento di mine, attacchi informatici o semplici disturbi elettronici possono rendere la navigazione pericolosa e costosa, alterando le rotte e facendo salire i premi assicurativi. Questi rischi non sono teorici; episodi passati hanno dimostrato come l'Iran e i suoi alleati regionali possano colpire infrastrutture energetiche chiave o navi mercantili, creando volatilità e incertezza. La capacità di ritorsione iraniana non si limita allo Stretto. Attraverso milizie alleate in paesi come l'Iraq o lo Yemen, o gruppi come gli Houthi, l'Iran mantiene la possibilità di minacciare impianti vitali. Giacimenti petroliferi, raffinerie e terminal di esportazione nel Golfo Persico sono nel raggio d'azione di attacchi missilistici o droni. Incidenti come gli attacchi del 2019 contro le installazioni di Saudi Aramco ad Abqaiq e Khurais hanno mostrato come anche azioni "asimmetriche" possano togliere milioni di barili al giorno dal mercato.
Anche il settore del gas è esposto; un'interruzione significativa delle forniture di GNL dal Qatar avrebbe ripercussioni globali, mettendo in competizione Europa e Asia per le forniture residue. Un recente riavvicinamento diplomatico tra l'Iran e alcuni stati del Golfo come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti potrebbe attutire, ma non eliminare del tutto, il rischio rappresentato da agenti terzi non direttamente controllabili da Teheran. Al di là delle minacce immediate, esiste il rischio di sconvolgimenti a più lungo termine. La prospettiva di un cambio di regime in Iran, sebbene complessa e incerta, introduce un'ulteriore variabile di rischio per l'offerta globale di petrolio. La storia offre esempi preoccupanti: la caduta di regimi in paesi come la Libia, l'Iraq o il Venezuela ha portato a cali drastici e duraturi nella produzione petrolifera a causa dell'instabilità post-transizione.
In passato, la crescita impetuosa dello shale oil statunitense ha offerto un cuscinetto contro tali shock, ma oggi questo settore è più maturo e offre un margine di sicurezza inferiore. Una transizione politica in Iran potrebbe lasciare la produzione e l'export di greggio in uno stato di limbo per un periodo prolungato. Di fronte a questi molteplici fattori di rischio, la capacità dell'OPEC+ di stabilizzare il mercato appare limitata. Se una quantità significativa di barili iraniani dovesse uscire dal mercato, la capacità di riserva del gruppo, sebbene presente (stimata tra 3 e 4 milioni di barili al giorno), è concentrata proprio negli stati del Golfo che sono a loro volta esposti al rischio di attacchi. Ulteriori interruzioni nella regione potrebbero esaurire rapidamente questa capacità, spingendo i prezzi verso l'alto. Nel frattempo, il quadro della domanda globale di petrolio rimane robusto. La stagione estiva dei viaggi è in corso, e le scorte in diverse aree geografiche sono inferiori ai livelli abituali, rendendo il mercato particolarmente sensibile a riduzioni dell'offerta.
I governi potrebbero considerare il ricorso alle proprie riserve strategiche di petrolio per controbilanciare l'aumento dei prezzi. Ma l'effetto di tali misure si manifesta con un certo ritardo, mentre i mercati reagiscono più velocemente, scontando gli scenari peggiori. C'è anche la dimensione nucleare da considerare. Un'ulteriore accelerazione del programma atomico iraniano, magari con una decisione di uscire da accordi internazionali, aggiungerebbe un elemento di imprevedibilità estrema. La situazione rimane fluida e altamente incerta; non si può assumere che il peggio sia già alle spalle. In questo contesto di shock frequenti e difficilmente prevedibili, mantenere un portafoglio d'investimento diversificato, con una particolare attenzione alle materie prime come il petrolio e l'oro, appare una strategia prudente per navigare l'attuale volatilità.
Articolo del 23/06/2025

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