Le crepe apparse nella tregua del Golfo hanno immediatamente spinto al rialzo il prezzo del greggio, ricordando quanto sia lungo il cammino verso una stabilità duratura. Un elemento cruciale riguarda lo Stretto di Hormuz: non ci sono segnali che l'arteria vitale per il commercio di petrolio sia effettivamente aperta in modo fluido. L'Iran sta esercitando il proprio controllo sull'area, arrivando a richiedere pedaggi per garantire il passaggio sicuro delle navi.
La situazione sul campo rimane incandescente e condiziona le scelte di investimenti B2B in tutto il mondo. Il presidente Donald Trump ha chiarito attraverso i canali social che le forze degli USA rimarranno nel Golfo fino al raggiungimento di un accordo definitivo, minacciando la ripresa dei combattimenti in caso contrario. Nel frattempo, Israele ha condotto i più pesanti attacchi sul Libano dall'inizio del conflitto con le milizie di Hezbollah sostenute dall'Iran, causando oltre 250 vittime in un solo giorno.
Nigel Green, CEO di deVere Group, ha analizzato la situazione con estremo realismo: "C'è un quinto dell'offerta mondiale di petrolio che si muove attraverso un corridoio ancora sotto l'influenza di una delle parti in conflitto. Questa non è stabilità". Secondo il manager, non è necessario un blocco totale per destabilizzare il settore: "I missili vengono ancora lanciati nel Golfo, Israele è impegnata su un altro fronte, eppure i mercati si comportano come se la regione si fosse normalizzata".
I riflessi economici sono stati immediati:
- i futures sul greggio USA sono balzati del 3,1% arrivando a 97,33 dollari al barile. - il Brent è salito del 2,1% toccando quota 96,86 dollari. - il Nikkei in Giappone ha oscillato attorno alla parità dopo il balzo del 5,4% della seduta precedente. - l'indice MSCI Asia-Pacifico, escluso il Giappone, ha perso lo 0,7%. - le blue chip in Cina hanno ceduto lo 0,6%.
L'impatto sulla politica monetaria della FED e l'inflazione globale
Il rincaro energetico, con prezzi del petrolio superiori del 40% rispetto ai livelli pre-conflitto, sta per abbattersi sui dati macroeconomici globali.
L'inflazione appare inevitabile. Per i prezzi core negli USA relativi a febbraio si prevede un aumento dello 0,4%, un dato che non tiene ancora pienamente conto dell'ultima impennata dei costi dell'energia. I verbali dell'ultima riunione della FED indicano che un numero crescente di membri ritiene necessario un nuovo aumento dei tassi di interesse per contenere la spinta inflazionistica. Nondimeno, una parte del comitato sperava ancora che la prossima mossa potesse essere un taglio.
Questo scenario ha frenato il rally dei titoli di stato americani. Il rendimento dei Treasury a 10 anni si è attestato al 4,296%, un valore decisamente superiore al 3,96% registrato prima degli attacchi all'Iran. Attualmente, i mercati scommettono su un allentamento minimo della politica monetaria della FED per il resto dell'anno. Gli esperti di JPMorgan hanno sottolineato come sia ancora troppo presto per agire: la banca centrale americana rimarrà probabilmente ferma, mentre per la BCE il rischio è che si verifichi un solo taglio dei tassi invece dei due inizialmente previsti.
Il mutamento delle prospettive sui tassi ha permesso al dollaro di recuperare parte delle perdite iniziali. L'euro si è stabilizzato a 1,1669 dollari, faticando a mantenere i picchi raggiunti recentemente. Anche lo yen ha mostrato una certa stabilità nei confronti del biglietto verde, attestandosi a 158,68. Nel comparto delle materie prime, l'oro ha mantenuto una posizione di forza a 4.721 dollari l'oncia, confermandosi come bene rifugio prioritario in fasi di incertezza geopolitica così marcata. Wall Street osserva con cautela: i futures su S&P 500 e Nasdaq Composite hanno mostrato segni di cedimento, segnalando che l'entusiasmo dei giorni scorsi potrebbe essersi esaurito di fronte alla realtà dei fatti.
Economia

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Articolo del 09/04/2026