

Il gruppo guidato da Andrea Orcel sostiene con determinazione che alcune condizioni imposte, in particolare il divieto di riduzione del rapporto finanziamenti/depositi e l'obbligo di mantenimento di un certo portafoglio di project-finance, sono chiaramente sproporzionate rispetto all'obiettivo dichiarato. Il TAR del Lazio, nel luglio scorso, aveva dato parzialmente ragione alla banca, annullando due dei quattro vincoli contestati. Ma aveva comunque confermato quelli considerati più sensibili, come l'imposizione di un'uscita dalla Russia entro termini ben definiti. Con il ricorso al Consiglio di Stato, UniCredit cerca ora di ottenere una definizione più netta del perimetro e delle condizioni entro le quali il golden power può essere legittimamente esercitato nel settore bancario, richiamando con forza l'attenzione sul profilo europeo. L'operazione, infatti, rischia di entrare in contrasto con i princìpi fondamentali della libera circolazione dei capitali e con le competenze esclusive della European Central Bank.
Si percepisce che il ricorso non rappresenta uno scontro frontale con l'esecutivo – guidato da Giorgia Meloni – ma si configura piuttosto come una scelta strumentale e preventiva. Da un lato mira a tutelare gli stakeholder, gli azionisti e gli amministratori della banca; dall'altro cerca di evitare che il caso Banco BPM diventi un precedente capace di condizionare altre operazioni di M&A future, siano esse nazionali o transnazionali. Il termine utile per la presentazione del ricorso era di sessanta giorni dalla sentenza del TAR. Sul fronte europeo la tensione è palpabile: la European Commission, per esempio, ha già sollecitato chiarimenti a Roma e sta valutando l'avvio di una procedura d'infrazione, dato che alcune condizioni imposte dal governo potrebbero violare le norme comunitarie. Il contesto è più ampio: l'interventismo dei governi nell'ambito delle aggregazioni bancarie – un fenomeno che si osserva anche in Spagna e in Germania – è visto con crescente preoccupazione a Bruxelles.
Qui si auspica un mercato bancario europeo maggiormente integrato, e soprattutto non soggetto a troppi steccati nazionali. Per gli imprenditori, i professionisti e i manager questa vicenda assume contorni di estrema importanza e merita un'attenzione costante. Da una parte perché ridefinisce il rapporto spesso complesso tra banche e Stato, dall'altra perché segnala che il terreno delle fusioni e acquisizioni bancarie – in un'era caratterizzata da tassi elevati, rapida trasformazione digitale e significative pressioni geopolitiche – non è più soltanto una questione prettamente industriale, ma ha assunto anche una dimensione giuridica e sovranazionale. L'esito del ricorso al Consiglio di Stato, pertanto, non inciderà soltanto sulla singola operazione di UniCredit, ma si profila come un precedente fondamentale per le future operazioni di M&A, sia sul territorio nazionale sia oltreconfine, definendo i confini del potere statale e la libertà del mercato. Le decisioni che verranno da questa alta corte potranno fungere da faro per le operazioni future, per le strategie di espansione delle banche italiane e per la definizione delle condizioni che lo Stato può porre, e la Banca Centrale Europea vigilare, in nome della sicurezza nazionale.
UniCredit ha riaperto il risiko delle grandi banche italiane, ma questa volta la posta in gioco è anche la cornice regolamentare entro cui operano. Le imprese e i professionisti operanti nel mondo bancario, finanziario e dei servizi dovrebbero tenere gli occhi puntati su questa partita cruciale, perché le conseguenze potrebbero riverberarsi oltre Milano e Roma, fino a Bruxelles.

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