

Ma questo potenziale è a rischio in Europa. L'economista ha infatti evidenziato che se l'Unione Europea non riesce a colmare il divario tecnologico Europa USA
- e da altre aree geografiche, il suo futuro potrebbe essere segnato dalla stagnazione. La prospettiva è netta. Se l'Unione Europea mantenesse semplicemente il tasso medio di crescita della produttività registrato nell'ultimo decennio, e considerando l'attuale profilo demografico, l'economia avrebbe di fatto la stessa dimensione di oggi tra venticinque anni. Non si tratta solo di perdere una corsa tecnologica. Questo scenario porterebbe con sé gravi conseguenze sociali ed economiche, riducendo la competitività globale del continente. Eppure, l'opportunità di crescita è palpabile. Se l'AI si muovesse lungo la stessa linea dello sviluppo digitale già osservato negli Stati Uniti, si potrebbe assistere a una spinta di poco meno dello 0,8% annuo sulla crescita. Ma c'è di più. Se l'impatto fosse equiparabile a quello dell'elettrificazione avvenuta negli anni Venti del secolo scorso, la crescita potrebbe persino superare l'1% all'anno.
Per Draghi, l'impiego massivo dell'AI per la crescita economica rappresenterebbe l’accelerazione più significativa che l’Europa ha visto da decenni. Queste tecnologie, pur non potendo risolvere ogni problema delle società, possono migliorare profondamente lo stato di salute generale dei sistemi economici e sociali. Quanto migliorerà questo stato di salute dipenderà, però, in gran parte dalle scelte politiche che ne guideranno la diffusione. Una politica efficace, specie in condizioni di incertezza, deve essere adattabile. È necessario rivedere le ipotesi e adeguare rapidamente le regole man mano che emergono evidenze concrete sui rischi e sui benefici. È proprio in questo punto nevralgico che l'Europa si è mostrata inceppata. Si sono trattate valutazioni iniziali e provvisorie come se fossero dottrina consolidata, inserendole in leggi estremamente difficili da modificare. Regolare in anticipo l'AI richiede di soppesare una vasta gamma di possibili esiti:
- economici;
- etici;
- sociali. Tutto questo si svolge in una situazione dove la tecnologia stessa evolve con rapidità impressionante.
Se esiste un filo conduttore nelle difficoltà dell'Europa a tenere il passo con il cambiamento tecnologico, è l'incapacità di gestire questa incertezza radicale. Per ragioni storiche e culturali, l'Europa ha spesso adottato un approccio improntato alla cautela, un metodo radicato nel principio di precauzione. Questo approccio è adeguato in ambiti ben delimitati, ma risulta inadeguato per tecnologie digitali ad uso generale come l'AI. In contesti così dinamici, i regolatori sono costretti a formulare giudizi ex ante. Lasciare che le nuove tecnologie si diffondano senza controllo, come accaduto in passato con i social media, non è un'alternativa responsabile. Con tutto ciò, bloccare il potenziale positivo prima che possa emergere è altrettanto sbagliato e rischioso per la competitività futura. Le istituzioni, oggi più che mai, devono compiere scelte coraggiose e non aver paura di assumersi dei rischi per garantire la prosperità del continente e per assicurare la trasformazione digitale imprese su larga scala.

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