
09/03/2026
Il conflitto scoppia in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno spinto i mercati a reagire immediatamente. Dieci giorni dopo l’inizio delle ostilità, gli effetti si avvertono già sui prezzi energetici e sui portafogli aziendali. “Mentre il conflitto si allarga su scala regionale, coinvolgendo le grandi potenze del Medio Oriente, approfondiamo alcuni effetti già visibili dopo questi primi dieci giorni di guerra”, osserva David Pascucci, Market Analyst di XTB.
Situazione attuale del petrolio
Il barile ha oscillato tra i 120 e i 100 dollari, un classico movimento di squeeze che indica un rialzo improvviso seguito da una correzione altrettanto forte.
Superare la soglia dei 80 dollari era già un segnale di allarme; oggi i prezzi sono ben oltre, avvicinandosi al livello dei 93 dollari, che molti analisti considerano la soglia di un nuovo trend di lungo periodo. A meno di cambiamenti geopolitici significativi, il petrolio sembra destinato a mantenere un trend ascendente.
Impatto sull’inflazione e sul rallentamento economico
Il recente balzo dei prezzi energetici rappresenta uno shock esogeno, non legato a una crescita della domanda ma a fattori fuori dal controllo dei mercati. “Il prezzo dell’energia influisce direttamente sull’inflazione, aumentando i costi per famiglie e imprese”, spiega Pascucci. Il rincaro dei trasporti, dei servizi e dei beni di consumo si traduce in costi di produzione più alti, che le aziende tendono a trasferire al cliente finale.
Se il petrolio rimane sopra i 70 dollari per diverse settimane, l’effetto inflazionistico sarà percepito a livello globale. Tale dinamica può innescare un rallentamento dei consumi e della produzione, creando le premesse per una prima fase di stagflazione e, successivamente, per una recessione sia in Europa che negli USA.
Effetti sui tassi di interesse
In circostanze normali, un’inflazione più alta spinge le banche centrali ad alzare i tassi di interesse. Tuttavia, con uno shock esogeno così marcato, un rialzo dei tassi rischierebbe di soffocare ulteriormente l’economia, aumentando il costo del credito e alimentando una spirale recessiva. Le autorità monetarie occidentali, quindi, mantengono una prospettiva orientata al taglio dei tassi, anche se l’inflazione continua a salire.
“La disoccupazione giocherà un ruolo decisivo in USA e in Europa. Se inflazione e disoccupazione dovessero crescere contemporaneamente, le banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi stabili o addirittura a ridurli in modo aggressivo”, aggiunge Pascucci.
Mercato azionario: i titoli di Stato come porto sicuro
Con i tassi incerti e la prospettiva di un rallentamento economico, l’azionario rischia di subire pressioni prolungate. In questo contesto, i titoli di Stato emergono come l’unico rifugio solido, grazie al loro ruolo nella gestione delle riserve di liquidità del sistema finanziario.
A differenza dell’oro, i titoli di Stato possono essere utilizzati per soddisfare obblighi di riserva, offrendo una stabilità che i metalli preziosi non garantiscono.
Al momento, i mercati stanno vendendo asset rischiosi, mentre il petrolio e il VIX, indice di volatilità, continuano a salire. “Potremmo assistere a un flight to quality, con gli investitori che preferiscono la sicurezza del mercato obbligazionario a scapito delle azioni”, conclude Pascucci.
Rischi per i paesi del Golfo e lo Stretto di Hormuz
La chiusura parziale dello Stretto di Hormuz ha interrotto il flusso commerciale tra Asia ed Europa, creando un primo segnale di crisi nella regione. Gli attacchi alle basi americane nei paesi del GCC hanno minato la percezione di questi stati come “porti sicuri”. La dipendenza dal commercio, soprattutto per l’alimentazione, è alta: circa l’80 % delle importazioni alimentari proviene dall’estero.
- I prezzi del petrolio superano i 100 dollari per barile; trend rialzista in atto;
- L’inflazione globale subisce uno shock esogeno che pressa i costi di produzione;
- Le banche centrali valutano tagli ai tassi di interesse per evitare una recessione profonda;
- I titoli di Stato sono l’unico vero porto sicuro per gli investitori B2B;
- Lo Stretto di Hormuz chiuso limita il commercio e aumenta i rischi per i paesi del GCC.
"Ricordiamo che la maggior parte di questi paesi ha una forte dipendenza dal commercio, soprattutto per quanto riguarda il settore alimentare che vede l’80% di importazioni. Per quanto riguarda l’acqua, questi paesi sono dipendenti da impianti di desalinizzazione dell’acqua che, qualora dovessero essere presi di mira dagli attacchi militari, potrebbero rendere l’area inospitale. L’immagine di questi paesi potrebbe essere altamente compromessa, potremmo assistere alla fuga di imprese, capitali e persone qualora la situazione attuale dovesse peggiorare", conclude Pascucci.
Articolo del 09/03/2026

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