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   Magazine del 11/03/2020
Idee e opinioni

NCOVID-19: prima la salute pubblica o prima il Pil?
La quarantena in Lombardia e Veneto, unitamente al crollo dei consumi interni e dei flussi di turisti sta causando danni enormi all'economia. Giusto ripartire o meglio aspettare che l'epidemia sia passata?

"Quando c'è la salute c'è tutto", recitava un antico adagio. Me sempre dai tempi andati arriva che "il lavoro nobilita l'uomo". Il coronavirus ci costringe in modo anche urticante a metter in qualche modo in competizione lavoro e salute.
NCOVID-19 si combatte efficacemente - in mancanza di vaccino - solo con l'isolamento o la quarantena. L'unico modo per non far circolare il virus è quello di non trasmetterlo. Per altro è molto infettivo, ma per fortuna non proprio letale.
Chiudere totalmente le attività di città come Milano o regioni come Lombardia o Veneto, che rappresentano una quota di Pil irrinunciabile per il Paese, sarebbe la cosa giusta da fare dal punto di vista sanitario, ma allo stesso tempo rappresenta un suicidio per la nostra economia.
Ecco quindi che siamo davanti a un caso in cui una scelta penalizza l'altra. Se si sceglie la salute pubblica si distrugge l'economia, se si privilegia il mondo delle attività si rischia una pandemia.
É qui che entra in gioco la politica: ascoltare la scienza o l'economia?
Lo Stato ha il dovere di tutelare la salute dei cittadini, ma allo stesso tempo di garantire loro servizi e opportunità alla libera impresa.
Leggiamo di sindaci che mal sopportano le indicazioni delle Regioni. Aziende che riaprono o che vorrebbero ripartire subito. Cittadini che dopo aver saccheggiato i supermercati adesso vorrebbero che si dichiarasse il "liberi tutti" e poter andare in palestra e discoteca.
Ma la realtà è molto diversa e i soliti numeri indicano che gli esperti epidemiologi si aspettano un picco di infezioni nei prossimi giorni o nelle prossime settimane. Gli ospedali al nord sono pieni e ormai scarseggiano i posti di terapia intensiva.
Spiace rilevarlo, ma la gente si ammala e sono sempre di più gli infetti.
Non entriamo nella polemica sui numeri italiani rispetto a quelli di altri stati europei. Qui abbiamo trovato il paziente 1 per caso, e da lì sono iniziati test di massa che hanno portato alle diagnosi di positività. Altrove hanno cominciato quasi un mese dopo ed è normale che ora abbiano numeri più piccoli. Ma ne riparleremo tra qualche mese e vedremo chi sarà l'untore di chi.
Come dicevamo, a Milano e in Lombardia, tanto per fare un esempio, c'è ancora gente che si ammala e quando una multinazionale riapre - dopo aver comunque esortato a sfruttare ogni occasione di smart working - obbliga ad una serie di misure di prevenzione sul posto di lavoro che più che di NCOVID-19 sembra che si parli di Ebola. Chiaro che non parliamo quindi di una banale influenza un po' più birichina del solito?
Se il comparto retail non alimentare ha registrato un calo del 60% (con picchi da 80%) nei consumi significa che i cittadini sono immobili, pietrificati e che i turisti stanno alla larga dal nostro Paese. Lo dimostrano le disdette di prenotazioni e hotel e ristoranti vuoti.
Per questo sono in molti che vorrebbero far ripartire le attività sia lavorative sia di aggregazione. E per certi aspetti hanno anche ragione.
Giusto sdrammatizzare, i decessi sono sostanzialmente di soggetti immunodepressi e di età molto avanzata. Una percentuale enorme (circa il 70%) dei positivi al coronavirus sono a casa a curarsi e non in ospedale. Questo significa che per la maggior parte dei casi la malattia ha un decorso di una "normale" polmonite.
Però finché ci sarà l'opportunità di contrarre l'infezione, il rischio di contrarla esiste, così come di trasmetterla.
A livello di immagine internazionale abbiamo gettato via secoli di lavoro, tutta l'eredità dell'Expo, l'attrattività di cibo, arte, moda e design. Oltre ad esser messi nella black list di Paesi da visitare da parte di stati come la Nigeria(!), ci vorranno tantissime iniziative e tempo per tornare ad avere un appeal pari a quello che avevamo solo poche settimane fa. E se cedendo in un eccesso di fiducia riaprendoci al mondo, poi un turista si ammalasse, o un nostro manager infettasse qualcuno all'estero? non vogliamo neanche pensarci. Rischieremmo la dannazione eterna.
Ma mettetevi nei panni di un imprenditore, di un'azienda, di un negozio. Un calo del fatturato del 50-60% per quanto può esser sopportato? Per quanto tempo può sopravvivere un'azienda senza commesse (anche per via del calo di ordini dall'estero)? Non va infatti dimenticato che a livello internazionale la crisi aveva già fatto la sua comparsa nell'ultimo trimestre del 2019. Se i prossimi dati sul Pil della Cina mostreranno qual crollo che tutti temono, a cascata toccherà anche all'eurozona. L'Italia si troverà quindi nella non felice situazione di avere un crollo dell'export dopo aver registrato una caduta pesante dei consumi interni iniziata nel 2011 e esplosa nel 2020.

C'è una sola ricetta per uscire da queste sabbie mobili ed è quella di uno straordinario piano di investimenti pubblici in infrastrutture, formazione e digitalizzazione. Con grandi e veri incentivi anche alle micro, piccole e medie imprese che costituiscono il 90% delle aziende del Paese e di cui non si può certo fare a meno e che sono le nostre eccellenze.
Non è solo una questione di fiducia e di atteggiamento positivo in un momento di crisi, che comunque sono necessari. Per far ripartire Lombardia, Veneto e l'intera Italia ci vogliono fondi. E tanti. Non parliamo di 3-5 miliardi di euro, quantità inefficace, ma di 30-50 miliardi, quanto e più di una manovra finanziaria. Con meno non accade nulla e si posticipa solo l'inevitabile.



Idee e opinioni

numero di 11/03/2020
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