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   Magazine del 29/01/2020
Idee e opinioni

Germania: il mercantilismo non paga
Le minacce cinesi su Huawei e i possibili dazi USA per il surplus abnorme convergono sul settore automobilistico compromettendo l'export, unico motore del Paese. Il rischio è che se Berlino va a fondo, cade anche l'Europa

Già nel 2012 scrivevamo che la Germania stava segando il ramo cui era seduta. Classica rappresentazione di autolesionismo e di presuntuosa onnipotenza. La motivazione era molto semplice: con il mercantilismo - basare la propria economia tutta sulle esportazioni, deprimendo i consumi interni e con una forte deflazione salariale, quindi di fatto svalutando - nessun Paese nel medio-lungo termine ha fatto una bella fine, perché non può essere strategico. Anzi, nei secoli scorsi il più delle volte ha portato a scatenare una guerra.
Il mercantilismo Paesi come la Germania (con Francia e Olanda) ce l'hanno nel DNA. Appena ne hanno l'occasione, lo utilizzano per egemonizzare, facendo i loro interessi e non quelli dei loro alleati. E prima la UE e poi l'euro hanno fornito l'occasione. Ma prima o poi arriva il "redde rationem", specialmente per chi ha esagerato.
La contrazione della crescita mondiale e delle importazioni cinesi ha fatto scattare tutti i segnali di allarme a Berlino. E le ritorsioni ("colpiremo dove fa più male", quindi il settore automobilistico) annunciate dopo il caso dello stop su Huawei (questioni di privacy), fanno capire che chi stavolta ha il coltello dalla parte del manico non risiede in Europa. Quindi tutti hanno scoperto che il gigante tedesco potrebbe avere i piedi di argilla. E pure molto fragili.
Il problema è che se crolla l'export, la Germania non ha un vero piano B, se non spendere (e in fretta) almeno una buona parte dell'avanzo commerciale accumulato. Cosa che peraltro ha suggerito anche Lagarde dalla BCE. Ma la loro mentalità glielo impedisce.
E se la Cina fa la voce grossa, Trump non sta certo zitto.
Il Presidente USA ha da tempo messo nel mirino l'enorme surplus tedesco. Non potendo colpire un unico Paese nella UE, i dazi per tutta l'area sono già partiti, con importanti perdite anche per le aziende italiane, ma non hanno ancora toccato il settore automobilistico.
Il Washington Post ha riferito che l'amministrazione americana aveva minacciato funzionari dell'UE con l'imposizione delle tariffe sulle auto a meno che l'UE non avesse accettato di avviare la procedura di arbitrato nell'accordo nucleare iraniano. Cosa che Germania e Francia non vorrebbero. Ma i motivi di scontro tra le cancellerie non mancano di certo.
Dal gasdotto con la Russia al surplus, a certi atteggiamenti anti-NATO: sono in molti gli osservatori oltreoceano che vedono troppi fronti potenzialmente aperti tra una UE a trazione tedesca e Stati Uniti, specialmente adesso che la Gran Bretagna dovrebbe portare a compimento la Brexit. E nell'anno della campagna elettorale tutto è possibile.

Certo è che se la Germania via UE dovesse esser coinvolta in una guerra con la Cina da una parte e con gli Stati Uniti dall'altra, potrebbe avere serissimi problemi. Se attualmente in molti la considerano già il malato d'Europa (tutti gli indicatori sono in picchiata), una sua caduta porterebbe con sé l'intera UE ed il progetto euro.
Certo che se si sega il ramo su cui uno è seduto, difficile pensare che cada l'albero?

Claudio Gandolfo



Idee e opinioni

numero di 29/01/2020
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