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   numero di 16/10/2019
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Negri-Clementi (Global Strategy): imprenditori con la sostenibilità nel DNA

Sono le Aziende Eccellenti individuate dall'OsservatorioPMI. Un gruppo di imprese Mid-Cap, familiari, tutte italiane, ancorate al territorio, e rispettano i criteri ESG

Sono 722 e sono le PMI che messe assieme costituiscono, da nord a sud, la spina dorsale dell'eccellenza imprenditoriale italiana. Quelle capaci, ben più della media del proprio settore, di generare valore, investire in innovazione, essere competitive sui mercati internazionali e creare posti di lavoro. Le 722 Eccellenti d'Italia sono state individuate dall'OsservatorioPMI di Global Strategy, società di consulenza strategica e finanziaria, arrivato quest'anno all'XI edizione. Il metodo di selezione si basa sull'analisi dei bilanci degli ultimi cinque anni di oltre 60.000 aziende di capitali con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro. Di queste sono circa 10.800 le Mid Cap (aziende di media capitalizzazione), con un fatturato compreso tra i 20 e i 250 milioni di euro nel manifatturiero e nei servizi e tra i 20 e i 500 nei settori del commercio.
Vediamo alcuni numeri: il 72% degli utili dopo le imposte sono stati reinvestiti nel Patrimonio Netto, con 2,4 miliardi a ridurre l'indebitamento finanziario complessivo e 3,2 reinvestiti in azienda a sostegno della crescita, con un incremento di 30.000 posti di lavoro nell'arco del quinquennio. Risultati eccezionali, ottenuti grazie alla capacità di saper coniugare la crescita dimensionale (Valore della Produzione che è aumentato in 5 anni del 68%) con una marcata efficienza operativa (l'indice Return on Sales è praticamente raddoppiato passando dal 6,3% del 2013 al 12,2% del 2017), rendendo possibile nel periodo considerato un incremento del Patrimonio Netto dell'85%.
Anche in queste 722 storie di successo si confermano rispetto alle passate edizioni i quattro i pilastri dell'eccellenza: gli investimenti (il 90% delle Imprese Eccellenti li ha aumentati negli ultimi tre anni); l'internazionalizzazione (l'export di queste aziende è superiore al 40% del fatturato); l'innovazione (mediamente il 5% del fatturato annuo viene reinvestito in ricerca e sviluppo); ma, soprattutto, le operazioni straordinarie (il 42% delle Imprese Eccellenti ha effettuato acquisizioni o joint venture negli ultimi tre anni, e ben il 57% si dice disposto ad aprire la compagine sociale per obiettivi di espansione commerciale).
Ma quali sono i settori più popolati di Aziende Eccellenti italiane che si distinguono ed emergono dalla media? Stravince il comparto manifatturiero, seguito dalle aziende del commercio e dalle aziende di servizi. All'interno del manifatturiero, primo posto per la meccanica, secondo per alimentari e bevande, al terzo la metallurgia, al quarto, a pari merito, il chimico-farmaceutico e le aziende del sistema moda.
Quest'anno, oltre all'Osservatorio, Global Strategy ha anche presentato i risultati dello studio "Sostenibilità e creazione di valore. Un binomio da ricercare", che ha indagato il grado di conoscenza delle tematiche ESG (Environmental, Social e Governance). Ne abbiamo parlato con Antonella Negri-Clementi, Presidente e CEO di Global Strategy.

Quali sono le principali evidenze emerse dello Studio sulle tematiche ESG?

Una cosa positiva è che questi criteri sono parte integrante del DNA dell'imprenditore. Il nostro gruppo di imprese Mid-Cap, familiari, sono tutte italiane e quindi ancorate al territorio, e in questo senso i criteri ESG sono patrimonio genetico.
L'aspetto invece su cui bisogna lavorare e investire, è la messa a terra di una strategia integrata di sostenibilità, soprattutto nella parte sociale e di governance. Perché nella parte ambientale c'è un tema, a mio parere, vitale. La carenza di materie prime comporta che bisogna avere qualità e fare un lavoro sulla filiera di un certo tipo, per la costanza di questo approvvigionamento. E poi vi sono la questione dei rifiuti e dell'energia rinnovabile. Sono tutti temi che sono molto di attualità e che creano opportunità di business, e che sono affrontati in primis dagli imprenditori.
Le altre componenti che sono quelle sociali e di governance vengono un po' dopo, soprattutto nella formalizzazione e nella messa in rete, soprattutto in una strategia integrata in una strategia di business. Quindi si fanno alcune cose: 7 imprenditori su 10 lavorano moltissimo sulla parte ambientale, ma se andiamo a vedere sulla parte sociale e di governance, solo la metà di questi è sensibile. E se indaghiamo su come lo praticano si nota che siamo ancora un po' indietro.
Quindi se non vogliamo parlare di sostenibilità come una mera dichiarazione di intenti, ma della sua praticabilità, che è quello che ci consente di lavorare in un'ottica di medio-lungo termine, di dare creazione del valore ma anche di creare un'impresa sostenibile a 360°, bisogna guardare le azioni. Manca ancora una componente organizzativa: le aziende sono piccole per avere una struttura adeguata, alcuni processi sono ancora piuttosto artigianali, e quindi lì c'è necessità di un investimento.
Bello sarebbe che su questo ci fosse una maggiore attenzione - qualcosa è stato fatto ma mio parere è ancora poco - da parte delle istituzioni, perché le cose vengano facilitate, poichè gli imprenditori hanno risorse che possono dedicare a questo tema, visto che la sensibilità c'è. Magari anche attraverso una detassazione, che potrebbe essere un buon stimolo per creare maggior valore anche su questo tema.

Quindi la componente fiscale può giocare un ruolo importante.

Per me è fondamentale. Le vere manovre che i governi sono riusciti a fare negli anni passati sono quelle in cui è stato identificato un problema e su questo hanno investito. Non tanto dando risorse finanziarie - io ci credo poco - quanto detassando gli utili se le risorse sono state investite su quei particolari temi cioè "strumentali a", per esempio la produzione (un tempo c'era questo), oppure per le politiche di sostenibilità. Io ci credo tantissimo. É importante soprattutto per questi imprenditori, che sono eccellenti e hanno una capacità di autofinanziamento incredibile. Molte di queste aziende sono autosufficienti dal punto di vista finanziario, sono "cash positive", e quindi non hanno bisogno della "prebenda".
Hanno necessità fondamentalmente di due cose: sicuramente una vicinanza dello Stato sulla componente fiscale, per consentire di investire soldi "netti" in questa attività. L'altro aspetto riguarda la facilitazione di tutta una serie di iter burocratici, che tante di queste aziende che lavorano in settori vicino alla parte ambientale, piuttosto che nel farmaceutico, nell'energia o nel riciclo dei rifiuti ecc., devono subire.

Burocrazia significa lentezza, poiché le imprese hanno idee, sono molto creative, ma poi devono perdere moltissimo tempo nella messa in pratica, rischiando di arrivare tardi rispetto a dei concorrenti internazionali, e spendere tante risorse in più.
Quindi se lo Stato le aiuta semplificando la burocrazia ed accelerando i processi decisionali, e/o defiscalizzando investimenti dedicati a questa area di attività a mio parere facciamo Bingo.

Tutto ciò avrebbe anche una ricaduta sul mondo del lavoro

Fondamentale. Come emerge dalla nostra ricerca, in cui abbiamo analizzato negli ultimi 5 anni la capacità di generare reddito di 722 aziende eccellenti, queste hanno aumentato di circa 30 mila unità i posti di lavoro netti, calcolati tra entrate e uscite. A questi, riteniamo si possa aggiungere un moltiplicatore nell'indotto, già in essere. Se poi si potesse avere un'accelerazione su questo tema, fondamentale per la sostenibilità a medio-lungo termine, l'effetto sui posti di lavoro verrebbe ulteriormente moltiplicato.

In tutto questo, che impatto può avere la trasformazione digitale?

É una domanda che abbiamo fatto ai nostri imprenditori. Hanno risposto che è assolutamente fondamentale, nel senso che consente da un lato di accorciare certe distanze, soprattutto non utilizzare determinate risorse (a partire da quelle scarse). É quindi una componente di queste politiche di sostenibilità. Alcune tra le aziende migliori l'hanno già anche interiorizzata al loro interno. Quindi la trasformazione digitale ha il suo valore di per sé e anche strumentalmente rispetto al tema ESG.

 



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