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   numero di 03/07/2019
Finanza e investimenti

Una lunga trade war non conviene (quasi) a nessuno
Schmidt (T. Rowe Price): Trump aspira alla rielezione l'anno prossimo e potrebbe decidere che il beneficio politico derivante da uno scontro diretto con la Cina superi il ?costo' di una crescita economica più lenta

La volatilità è ricomparsa sui mercati a metà maggio, dopo che le trattative commerciali fra Stati Uniti e Cina si sono apparentemente arenate. Se la disputa in corso fra i due paesi che più contribuiscono al Pil globale dovesse sfociare in una guerra commerciale aperta, a risentirne non sarebbero solo i diretti interessati, ma l'intera economia mondiale. Le guerre commerciali non creano vincitori nel lungo termine.
I dazi incidono direttamente sulle economie principalmente in due modi: primo, perché funzionano come tasse sui beni e, secondo, perché provocano un clima di incertezza che influenza le decisioni delle famiglie e delle aziende.
Se da un lato le tasse sui beni aumentano le entrate fiscali dei governi, dall'altro portano a un'allocazione delle risorse inadeguata, che porta l'economia verso un equilibrio inefficiente - in gergo economico si parla di perdita secca della tassazione. I dazi infatti fanno aumentare il prezzo dei consumi, pertanto il potere d'acquisto delle famiglie diminuisce e vengono acquistati meno beni. Allo stesso tempo, le famiglie e le aziende cercano un'alternativa ai prodotti gravati dai dazi, finendo quindi per consumare un paniere di beni che è stato distorto dalla tassa e che rappresenta una scelta subottimale per il consumatore.
Quando il presidente Trump twitta che gli Stati Uniti vinceranno la guerra dei dazi, presuppone che le famiglie e le imprese statunitensi sostituiranno i beni soggetti ai dazi con altri beni prodotti negli USA e che ciò contribuirà indirettamente a creare nuovi posti di lavoro nel Paese. Personalmente ho qualche dubbio: è probabile che tali consumi si sposteranno su beni prodotti in Vietnam o in Messico, più che tornare su quelli statunitensi, e che i posti di lavoro delocalizzati in Cina non faranno in tempo a rientrare in patria prima che il processo di produzione diventi totalmente automatizzato. I beni prodotti negli USA sarebbero un'alternativa ragionevole se gli Stati Uniti fossero il paese produttore più efficiente in termini di costi dopo la Cina - e non lo sono - oppure se avessero gli impianti di produzione necessari per costruire i dispositivi elettronici che attualmente importano dalla Cina. In un contesto commerciale destabilizzato, è difficile che le società statunitensi costruiscano stabilimenti produttivi sul territorio nazionale per fare fronte a questa domanda potenziale.
Il secondo modo in cui i dazi riducono i consumi è creando un senso di incertezza che induce le famiglie a rimandare gli acquisti e le aziende a differire gli investimenti di capitale. L'incertezza esercita sull'economia un impatto simile a quello di una stretta monetaria - che di certo non fa parte dei piani del presidente Trump. Dato che gli Stati Uniti e la Cina sono le due maggiori economie mondiali, l'incertezza generata da una guerra commerciale protratta fra di loro inciderà sull'economia globale. I pochi paesi che potrebbero beneficiarne sono quelli, come il Vietnam e il Messico, in grado di offrire sostituti ai beni cinesi gravati dai dazi in modo efficiente dal punto di vista dei costi.
Le guerre commerciali non solo pesano sui consumi, ma influenzano anche l'inflazione, le politiche delle banche centrali e i tassi di cambio. Dato che i dazi equivalgono a un aumento delle tasse sui consumi, possono determinare inizialmente un aumento dell'inflazione complessiva, ma proprio come qualsiasi altra forma di stretta fiscale, alla fine provocano un rallentamento della crescita. Ciò implica un incremento degli output gap, che a sua volta pesa sull'inflazione core. Man mano che le famiglie e le aziende statunitensi sostituiscono i beni prodotti in Cina con altri, la Cina probabilmente risponderà cercando di esportare la propria capacità in eccesso nel resto del mondo. È così che lo shock disinflazionistico dei dazi si propaga su scala globale.
L'effetto sulle politiche delle banche centrali varierà da un'area all'altra. Per i Paesi Sviluppati, le conseguenze sulla politica monetaria sono lineari: i dazi portano a una crescita più lenta e a una minore inflazione di fondo, pertanto richiedono un atteggiamento espansivo. Viceversa, nei Mercati Emergenti l'aumento dell'incertezza ha maggiori probabilità di innescare deflussi di capitali, esercitando pressioni al ribasso sulla crescita e al rialzo sull'inflazione. Per trattenere i capitali, le banche centrali potrebbero trovarsi costrette a rispondere con un inasprimento monetario.
L'influenza esercitata dai dazi sui tassi di cambio è una funzione complessa della elasticità della domanda. Di solito il paese il cui output gap è maggiormente colpito dai dazi subisce il deprezzamento valutario peggiore. Nel contesto attuale, ciò significherebbe un indebolimento delle valute emergenti nei confronti del dollaro USA, che a sua volta perderebbe terreno rispetto alle altre valute principali.

Dati gli effetti complessivamente negativi dei dazi, si può essere tentati di concludere che il buon senso avrà la meglio e che Stati Uniti e Cina faranno un passo indietro. Tuttavia, Trump aspira alla rielezione l'anno prossimo e potrebbe decidere che il beneficio politico derivante da uno scontro diretto con la Cina superi il costo di una crescita economica più lenta. In effetti, il sostegno per i partiti populisti continua a crescere in tutto il mondo, sull'onda della disuguaglianza sempre più marcata e dei timori per l'impatto della globalizzazione. I dazi non saranno una buona idea dal punto di vista economico, ma le elezioni si vincono con la politica, non con l'economia. Per questo è molto improbabile che la vicenda dei dazi si concluda in tempi brevi.

Nikolaj Schmidt, Chief International Economist, T. Rowe Price



Finanza e investimenti

numero di 03/07/2019
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