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   numero di 15/05/2019
Leisure

Punto e a capo - Perché le promesse del digitale non vengono davvero mantenute
Il problema non è che abbiamo a disposizione strumenti incredibili, ma che non sappiamo usarli

Quando parlo dell'assenza di una cultura digitale in questo Paese, ma non solo in questo, inizio sempre la discussione "un po' in salita".
Avviene perché devo convincere gli interlocutori che prima di tutto hanno un problema che non vedono e quindi non conoscono. Non è facile, ma faccio sempre qualche buon esempio che può essere d'aiuto per capire, attraverso piccole cose, che è in atto un cambiamento radicale del business.
Non parlo mai del business della aziende che ho di fronte, parlo di esempi lampanti che si possono vedere e la mia promessa verso chi mi ascolta è semplicissima: "vi parlerò delle esperienze che ho potuto toccare con mano e sono casi interessanti di cambiamento. Cercherò di raccontare quelle esperienze avvicinandole alle vostre imprese perché so che voi volete puntare all'innovazione. Sono sicuro che interagendo con me riuscirete a comprendere meglio dei meccanismi di business e quindi ne trarrete un vantaggio".
Non ho inventato niente, è un modo per spiegare qual è il ruolo del consulente, non da oggi e non è valido solo per il digitale, perché l'innovazione non è solo digitale.
Chi si occupa di tecnologia, dagli anni ottanta, non ha questo approccio sistemico. Pensa all'innovazione pura, al portare sul mercato le soluzioni migliori. Nulla di sbagliato, il mercato è così ampio che esiste concretamente questa possibilità di successo. La gestione consulenziale viene "lasciata" ai partner, a chi poi realizza i progetti nelle varie aziende, che le conosce per prossimità e conosce il tessuto economico in cui operano e sono spesso specializzate in settori.
Mi sono chiesto, però, perché questo modello che ha sempre funzionato in passato non sta raccogliendo quanto si poteva immaginare dagli incentivi dell'industria 4.0, dal super e iper ammortamento e via di seguito.
Il motivo, parlando proprio con le aziende, è semplice: questi partner hanno fatto fatica a innovarsi, a cambiare la propria offerta. Se il passaggio al cloud è stato quasi scontato, perché in fondo cambia solo la destinazione da un server a un luogo imprecisato, non è stata posta la stessa attenzione verso tutte le tecnologie abilitanti di questa trasformazione digitale.
La colpa non è dei partner in quanto tali, ma delle condizioni di mercato delle aziende italiane e queste, che svolgono un ruolo di consulenza, non ne sono immuni. In questo Paese manca la voglia di pensare in grande e, di conseguenza, il coraggio di cambiare. Chi ha fatto qualche tentativo, ha avuto spesso successo, ma anche qualche insuccesso, il che sappiamo in Italia rappresenta un problema serio. Quindi, si tende a cercare di investire nel cambiamento nel momento in cui si è conoscenza del fatto che ci sono buone possibilità di risultato.
Questo è un problema che associato al fatto che negli anni molte aziende hanno comprato tecnologia che hanno sfruttato per una parte minima del potenziale. Questo è successo perché era così complicata da usare per cui hanno rinunciato nel momento in cui non sono state in grado di reperire personale capace di sfruttarle.

Anche questo è un problema enorme. Ma sempre legato alle competenze, alla cultura: possedere gli elementi per capire se una soluzione serve davvero al business e saperla fare funzionare sono due facce della stessa medaglia.

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